«EDUCARE ALLENANDO»

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Francesco: lo sport è una grande scuola che insegna il valore di regole e limiti

Una grande lezione dello sport, che ci aiuta ad affrontare anche la fatica quotidiana dello studio e del lavoro come pure le relazioni con gli altri, è che ci si può divertire solo in un quadro di regole ben precise. Infatti, se in una gara qualcuno si rifiutasse di rispettare la regola del fuorigioco, o partisse prima del “via”, o in uno slalom saltasse qualche bandierina, non ci sarebbe più competizione, ma solo prestazioni individuali e disordinate. Al contrario, quando affrontate una gara, voi imparate che le regole sono essenziali per vivere insieme; che la felicità non la si trova nella sregolatezza, ma nel perseguire con fedeltà i propri obiettivi; e imparate anche che non ci si sente più liberi quando non si hanno limiti, ma quando, coi propri limiti, si dà il massimo.

Lo sport migliora le persone

Vi potrebbero chiedere come possiate sperare che lo sport sia lo strumento per risolvere tanti e tali problemi, e per realizzare una trasformazione così profonda della nostra società. Possiamo rispondere che lo sport può farlo perché migliora le persone, e può favorire una cultura del dialogo e dell’incontro rispettoso. La lotta con gli avversari, nelle competizioni sportive, è sempre definita “incontro”, e mai “scontro”, perché alla fine, sebbene sia meglio vincere, in un certo senso si vince entrambi. Ecco il mondo che sogniamo, e che con determinazione vogliamo costruire, sulla base di un agonismo sano, che veda sempre nell’avversario anche un amico e un fratello.

Vedere come vedeva Gesù

La visione cristiana significa imparare a guardare gli altri e le cose con gli occhi stessi di Gesù: con gli occhi di Dio, con gli stessi occhi con i quali Dio guarda me; vedere come vedeva Gesù, vedere come vede Dio. Vuol dire ascoltare le sue parole per capire i suoi sentimenti e cercare di imitare i suoi gesti. Siatene certi: dal Vangelo viene fuori un mondo più bello e più giusto, nel quale la diversità degli altri non è motivo di divisione, ma di crescita e di aiuto vicendevole.

 

Buonasera e… buono sport a tutti!

Ringrazio Marco per l’invito ad essere qui tra voi stasera per regalarci qualche frammento di condivisione inerente a ciò che abbiamo a cuore, e che è la nostra passione: lo sport.

Ho scelto di partire da alcuni spunti di papa Francesco, in occasione del 75° anniversario del CSI, per ricordarci che la Chiesa, la fede non sono estranee allo sport, anzi! Ne riconoscono importanza, valore e riferimento, specie in questo tempo. Gesù faceva sport? Beh, sicuramente si, camminava e molto, comprese bene che anche la salute del corpo permette di facilitare la relazione, l’incontro con Dio.

«Educare allenando» è il nostro motivo di ritrovo stasera, e… chi agisce così ha fatto metà della fatica sportiva: nell’educare serve la pratica; nella pratica, serve educazione, un binomio inscindibile.

Tutti voi, qui presenti, sapete cosa significa allenamento: è la prerogativa per poter disputare una partita; senza preparazione – lo si constata ovunque – non si ottiene alcun risultato. Ma allenarsi significa fatica, perseveranza, sudore, stile di vita ben ritmato, rinunce, sacrifici. E nell’educazione, non li ritroviamo tutti questi concetti fondamentali? Come si può pensare di educare tralasciando la fatica, lo sforzo, le rinunce?

Gesù, buon mister, a chi sceglie di ascoltare la sua Parola e testimonianza, propone sempre mète alte, ma, per arrivarci, occorre allenarsi, occorre essere disponibili a “sacrificare” il proprio corpo, la propria persona al fine di raggiungere obiettivi con lungimiranza.

Avete voi, allenatori, un compito basilare, oggigiorno: siete tra i pochi punti di riferimenti per i ragazzi, per la loro crescita. Sportiva, fisica, ma – lasciatemelo dire e sognare – anche umana! A voi è data la possibilità di allenare ragazzi, per farli diventare uomini; a voi è data l’occasione di far crescere persone e atleti in partenza poco capaci, e farli diventare campioni (se non nello sport, nella vita). A voi, Dio (e mi scuso se non ci sono cattolici qui presenti), il Dio di Gesù Cristo consegna un patrimonio meraviglioso: l’«arma» dello sport, e per arma intendo quella corazza che permette ad un giovane di assumere qualità, e doti, per scalare le fatiche e gli ostacoli della vita.

Allenarsi è anche condividere: ciascuno potrebbe farlo da solo, ma anche chi si allena da solo, non può non contare su un mister, un proprio operator. L’allenarsi ti dice chi sei e dove puoi arrivare; l’allenarsi nello sport è il mettere le fondamenta per la tua vita da grande.

Lo sport educa? Sì, più di 10 incontri di catechismo, o di chissà quali altri incontri. Lo sport educa perché non può essere obbligo, ma passione. E quando c’è passione, si dà il meglio di sé, no? Quando vedete la gioia dei ragazzi quando arrivano perché c’è qualcuno che desidera “tirar fuori” da loro le capacità più grandi, i gesti atletici più sorprendenti e spettacolari, non vibra il vostro cuore dall’emozione e dalla gioia?

Quando si passa da un superficiale stop, o tiro, ad una conclusione precisa, o piuttosto ad un ace… non è qui che si scopre il valore pieno dell’allenare?

Regole-obiettivi-divertimento: sono i tre ingredienti perché un allenamento sia e diventi educativo.

Regole, perché nell’educazione occorrono paletti, precisi si, e sani no.

Obiettivi: una persona non accetterà mai di allenarsi se non le si presenta un obiettivo, che è anche un sogno da raggiungere.

Divertimento: fa rima, no, con allenamento? Ecco, se l’allenamento diventa qualcosa che si fa perché “bisogna”, non ci si diverte più; siccome, invece, è importante divertirsi, l’allenamento mi permette questo. Pensate se ogni partita che si fa… fosse fatta con il puro obiettivo di divertirsi al 100%… Poi, si sa, se arriva la vittoria… la gioia è doppia (come minimo).

Grazie, e buon sport a tutti!

Che lo sport e il divertimento sia con voi!

don Federico

CATECHESI EUCARISTICA: INTRODUZIONE

Il rischio enorme è: l’assuefazione.

–   so già come funziona                                                                                                                        –   so già come va a finire

 

Quando inizia la messa?

  • Riferimento al matrimonio: esso inizia con l’arrivo degli sposi… o molto prima? Dio chiama attraverso le persone (parroco, familiari, amici…) e avvisi (campane), e attraverso lo Spirito Santo (suscita il desiderio di…). importanza della puntualità: se ho da incontrare una persona importante, mi preparo 5 minuti prima? O se ho da incontrare il Papa, mi permetto di arrivare all’ultimo minuto, o in ritardo?

La messa non inizia in chiesa, ma… nelle case: nel modo in cui ti prepari, in cui accogli l’invito (che è sempre e solo di Gesù); è una convocazione, l’invito ad una festa che ti viene fatto… e che sei libero di accettare o rifiutare…

  • Varcare la soglia della chiesa: compiere un passaggio dal mondo alla presenza di Dio, dal tempo al fuori-tempo; aprire la porta della chiesa è… aprire il proprio cuore a Dio, per incontrarlo. No ad orologio, fretta, chiacchiere… sì a calma, silenzio, saluto al “padrone” di casa. Se esco di chiesa come vi sono entrato, non ho incontrato il Signore.

 

  • Assemblea che si forma, anche tra sconosciuti, da persone a un unicum; presenza di peccatori (chi spera di trovare i cristiani perfetti in chiesa… meglio stia a casa sua, lì non li troverà mai!); come un puzzle, se manca un pezzo, tutto è danneggiato: quando manca un membro tutta l’assemblea ne risente (banchi vuoti, intere categorie di persone assenti…)

 

  • Segno della croce e genuflessione: il primo ricorda che sono cristiano (battesimo, che purifica e rigenera); la seconda, segno di riverenza, adorazione, richiesta di grazia/perdono… Aiuta a riconoscersi umili e a riconoscere in Dio l’unico Signore della nostra vita. Attenzione a compiere questi gesti… con fretta e testa per aria; la fretta nella liturgia è il modo migliore… per celebrare male!

 

  • I colori: permettono di comprendere cosa si celebra… verde, l’ordinarietà; rosso, il fuoco dello Spirito, e il sangue dei martiri; bianco, la solennità (luce, gioia, purezza); viola, l’assenza di luce, di vita, penitenza…; rosa, annuncio di gioia…

«L’EUCARISTIA “AI RAGGI X”»

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Da parecchio tempo mi chiedo che cosa vivono, e come vivono i fedeli delle nostre comunità la celebrazione dell’eucaristia, conosciuta più popolarmente come la messa de la domenega.

Riflettendoci su, probabilmente perchè, o per tradizione, o perchè non ci si è mai posto più di tanto il problema, sarebbe interessante invece “essere curiosi”, o diventarlo, sul motivo di taluni gesti, talune parole, taluni movimenti, ecc..

Ho perciò scelto, una volta al mese, di realizzare una sorta di catechesi eucaristica, prendendo in esame la celebrazione… dalla sua introduzione (i preliminari) alla sua conclusione (intendendo il “dopo essere stai in chiesa”).

Evidentemente è un aiuto, e tale vuole essere, per aiutarci a riscoprire la grandezza e il mistero (che tale rimane e ha da rimanere!) che ogni celebrazione ha in sè. Spero di fare cosa gradita a quanti vorranno “saperne di più” sul dono più grande che Gesù ci ha fatto.

don Federico

 

 

«OMELIA SANTA MESSA DI INAUGURAZIONE DELL’AREA SPORTIVA «LUCA LUCA» MURE DI COLCERESA 6 ottobre 2019»

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Cara comunità di Mure,

«ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro. […]. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato».

Sono le parole di Paolo a Timoteo, che oggi sono rivolte, però, a questa comunità, alla nostra comunità di Mure.

Comunità di Mure, ravvivati, svègliati e fai un passo in avanti, di fronte all’opportunità che oggi viene messa nelle tue mani, attraverso questo particolare evento!

Un luogo come un’area sportiva, può davvero oggi fare la differenza? Può davvero essere o diventare luogo in cui custodire il bene prezioso che è stato voluto, desiderato ormai 40 anni fa, dall’allora parroco d. Giorgio? Credo di si.

Se andiamo a curiosare nell’ambito “Chiesa”, specialmente negli ultimi anni, tantissimi sono i documenti, i messaggi, le parole che i Papi e i Vescovi hanno prodotto parlando di sport. Esso non è “nemico”, alternativa, ma è veicolo di fede: in esso, l’uomo si apre all’Assoluto, attraverso i gesti, l’allenamento, la passione, la gara… cosa fa un atleta se non dare valore al suo corpo, a ciò che di più caro e prezioso ha? Lo sport diventa, perciò, «occasione per essere Chiesa in uscita; molto più di altri contesti, esso può coinvolgere persone che condividono uno stesso interesse, lo stesso spazio. Lo sport, dunque, permette un percorso formativo globale della persona»[1].

Paolo invita ancora a non vergognarsi di testimoniare il Signore nostro, anche… nello sport. È evidente come nel nostro contesto italiano come lo sport sia diventato più oggetto di scontro, di violenza e di odio, di ignoranza, di smarrimento di valori, e di rispetto (il calcio su tutti, basta pensare all’intervista fatta ad Antonio Conte, questi giorni…); ma perché non pensare che da una piccola realtà, insignificante sulle carte geografiche, lo sport non possa riappropriarsi di ciò che è suo? Di ciò che gli compete? E cioè il gusto di giocare, di “fare un qualcosa solo perché piace, gratifica”? «Il gioco, come momento di esercizio disinteressato, che giova al corpo o, come dicevano i teologi, toglie la tristitia dovuta al lavoro, e sicuramente affina le nostre capacità intellettive» (U. Eco).

Quanto spesso si possono sentire bestemmie, imprecazioni, in un campo da gioco… Ecco, perché non trasformare quest’occasione, oggi, per creare un “nuovo apostolato dello sport”, dove recuperiamo e valorizziamo lo sport come veicolo e promotore di crescita umana, corporale, salutare, del benessere fisico? L’associazione Luca Luca che si sta formando la esorto a “formarsi” con questi principi e fondamenti, che sarò lieto di approvare e benedire appena ci sarà l’occasione!

Nei campi da gioco, perché ci possano andare i bambini, i ragazzi, diventa fondamentale che ci siano gli adulti: e per adulti intendo tutti, dai genitori, ai nonni, agli allenatori, accompagnatori, tifosi ecc… Adulti, custodite il bene prezioso dei piccoli! non possiamo permetterci, come adulti, di favorire episodi esecrabili, offensivi, trasformando un luogo di divertimento in postazione di guerriglie! Anche il nostro campetto, che negli ultimi anni è stato un po’ troppo “da solo”, risente bisogno di compagnia, di essere strumento di crescita, di spettacolo. Sì, esso vuol essere lo spazio dello spettacolo per Mure, non deludiamolo!

Oggi, se siamo arrivati a questo appuntamento speciale, lo dobbiamo a chissà quante persone, che, da anni, hanno messo in gioco sacrifici, idee, strumenti e tempo personali, soldi, misure, lavori, consigli e riunioni organizzative… Il grazie a parole non sarà mai sufficiente, per questo impegno e questa tenacia. Ora è tempo di mettere palla al centro… e giocare! E’ tempo di iniziare ciò che rende più bello lo sport: correre dietro ad un pallone, sfrecciare con due pattini ai piedi, elevarsi da terra per schiacciare un pallone sul campo della squadra concorrente. L’altro è concorrente, è avversario, ma mai nemico.

La vittoria più grande per lo sportivo è sempre non quella sull’avversario, ma sulla capacità di migliorare le proprie prestazioni, la proprio capacità di gioco… in una parola la propria capacità di divertirsi, e riavere il desiderio di scendere in campo nuovamente!

Papa Francesco elogia lo sport “dilettantistico, amatoriale, ricreativo, non finalizzato alla competizione”, in quanto “consente a tutti di migliorare la salute e il benessere, di imparare a lavorare in squadra, a saper vincere e anche a saper perdere”.

Una giornalista chiese alla teologa protestante tedesca Dorothee Solle: “Come spiegherebbe la felicità a un bambino?”. La sua risposta fu sorprendente: “Non glielo spiegherei, gli darei un pallone per giocare”.

Dunque, comunità di Mure, Non accontentatevi di un pareggio mediocre[2], ma come diceva il profeta Zaccaria «Vecchi e vecchie siederanno nelle piazze di Gerusalemme, ognuno col bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città, formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze» (8,4-5).

Grazie, allora, a quanti oggi hanno contribuito affinchè noi oggi viviamo questa opportunità e questa festa, e, in particolare, domandiamo ai nostri “Angeli di Mure”, Rachele, Francesco, Yaniska, Nicolò, di vegliare su questo spazio nel quale desideriamo sentire e perpetuare il loro affettuoso ricordo.

Comunità di Mure, ricordati di ravvivare il dono di Dio che ti è stato affidato, custodiscilo!

[1] Cfr. AA.VV. Mettersi in gioco, EDB, 2018.

[2] A. Albertini.

don Federico

«A VOI TUTTI, RAGAZZI, GIOVANI, CICLISTI E… AMICI DI NICOLÒ CELI»

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A poco più di 15 giorni dall’improvvisa scomparsa di Nicolò, per non lasciare che il tempo scorra, e l’estate ormai alle porte, ci proietti solo alle vacanze, al riposo, desidero raggiungere tutti i ragazzi, giovani, adolescenti che martedì 11 giugno hanno scelto di accompagnare Nicolò nell’ultimo viaggio su questa terra, affidandolo al Cielo, all’abbraccio eterno del Padre.

Dal 4 giugno scorso, per tutti si è fermato… il mondo: certezze, sicurezze, paure, domande, rabbia, vuoto, disperazione, incredulità… sono tutti ingredienti che hanno bussato alla nostra vita, senza chiederci permesso, e hanno preso dimora nelle nostre menti e cuori. D’improvviso, tutto sconvolto, tutto mandato all’aria, tutto completamente stravolto… Un secondo, un flash, un istante, niente di più…

E ci siamo ritrovati dentro un mondo che non è nostro, una verità assurda, che ci ha dato una sentenza senza appello: Nicolò ha terminato la sua corsa terrena.

Punto.

Nessuna spiegazione, nessuna preparazione, nessuna possibilità di fermata.

È così.

Immagino chi di voi l’aveva sentito o salutato poco prima; chi di voi aveva da trovarsi con lui per l’allenamento da lì a poco; chi di voi, con lui, aveva già fatto alcuni progetti da vivere assieme… Così come penso a chi di voi, di punto in bianco, veniva informato di questa notizia così brutale, incredulo, quasi convinto di aver sbagliato a leggere quanto ricevuto…

Sembra che la vita, l’esistenza sia in nostro possesso totale; e in un baleno qualcuno ricorda che è un possesso enorme, ma microscopico; un filo, un sottile filo da trattare con una delicatezza estrema.

Molti di voi hanno scelto di esserci giovedì, domenica e lunedì, in chiesa; probabilmente senza uno scopo ben preciso, ma stare a casa… sarebbe stato un mancare, un non esserci a un qualcosa in cui dovevate essere presenti: io vi ringrazio perché certe situazioni se un prete le vive da solo, ha la consapevolezza di non farcela; se, invece, le vive assieme, o comunque si sente attorniato da giovani, da ragazzi, ha una marcia in più!

Credo che molti, in questa vicenda, hanno avuto modo di interrogarsi su Dio, sulla sua vera esistenza, sul suo permettere un fatto così; ancora, vi sarete chiesti come si può vivere una situazione così, e provare a metterci qualcosa di diverso, dalle solite frasi che si utilizzano in circostanze tragiche; vi sarete posti la domanda: «E adesso, come si va avanti?».

Sono le medesime domande che io, Federico, come persona, e io, don Federico, come prete, mi son posto; e sono le medesime domande che alcuni adulti, passati in canonica in questo periodo, mi hanno posto. Sono le stesse domande di Barbara, di Roberto e di Filippo, sono, in sintesi, le domande che ogni uomo e donna del mondo si fanno, e non possono non farsi.

Perché ho scelto di scrivervi?

Perché stando più di qualche momento da solo, ho avuto modo di pensare a voi; al vostro desiderio di non sentirvi abbandonati, al vostro voler “esserci” ancora, per ricordare e per far rimanere Nicolò tra noi, in tanti modi.

Io, da parte mia, vorrei dirvi che dove vivo io, è non solo casa mia, ma anche casa vostra! So che non è consueto dire una cosa del genere: “il prete ha le sue cose, i suoi impegni, insomma… la sua vita”; ma se un prete non c’è per voi, e per chi soffre – ve lo dico davvero – non è utile a nessuno, non serve, semplicemente!

Vorrei realizzare in canonica uno spazio, una stanza dedicata a Nicolò, nella quale ognuno che vuol passare, entrare, sa di poter trovare questo spazio, questo luogo di amicizia, di ascolto, di vicinanza…

Martedì 11 giugno, dopo la celebrazione, mentre ci si avviava al cimitero, ero davanti al corteo, seguendo l’auto funebre, e poco più indietro la famiglia di Nicolò, e via via tutte le altre persone. A mano a mano che si procedeva cominciavo a non essere più da solo, a fare da “apripista”, ma si affiancavano persone, per poi trovarmi in mezzo alle persone. Perché ricordo questo fatto? Perché è un’illusione pensare di poter farcela da soli, con altri che ti seguono; è ben più saggio essere sempre in gruppo, essere insieme a procedere, la fatica si sente meno, e la si condivide molto meglio!

A tutti voi mando un abbraccio, chiedendovi di spendere la vostra vita al meglio: sappiamo che ognuno ha una sua data di arrivo, e una sua data di partenza, ma il tempo tra la data di arrivo, e la data di partenza, è nelle mani di ciascuno: vale la pena adoperarlo al meglio possibile, non perderlo inutilmente o in cavolate, sopravvivendo invece di viverlo in pieno, anzi, tentando di far sì che il mondo lo riusciamo a lasciare un po’ meglio di come lo abbiamo trovato, quando siamo arrivati.

Vi porto nel cuore e vi affido ai vostri angeli custodi!

don Federico

«OMELIA MESSA PASQUALE PER NICOLÒ CELI»

OMELIA MESSA PASQUALE PER NICOLÒ CELI
MURE, 11 GIUGNO 2019

Ci sentiamo ancora tutti dentro un incubo dal quale vorremmo svegliarci, o essere svegliati, e sentirci dire: «È stato un sogno orribile, ma per fortuna è stato solo un sogno!», e invece siamo qui a farci forza e a darci coraggio insieme…

Grazie, perché anche oggi ci siete e avete voluto esserci, accanto alla famiglia di Nicolò, e accanto alla nostra comunità di Mure, “messa al tappeto” in questi giorni da questo fatto accaduto. Grazie per la vicinanza, l’affetto, la preghiera, il sostegno che state dimostrando nei modi più vari e possibili: a Barbara, Roberto e Filippo, ai nonni, ai familiari e parenti; agli amici, compagni di scuola, di squadra, a noi tutti, desiderosi di trovare un senso a ciò che è accaduto.

Martedì pomeriggio, scorso, poco più di una settimana fa,… si è bloccato il tempo; in una frazione di secondo, si è fermata la vita, si è fermato tutto… d’improvviso, senza spiegazioni, senza avere la possibilità di preparare nulla… l’evento della morte ha bussato qui in parrocchia, non ha chiesto nulla a nessuno, ha voluto portarsi via Nicolò.

In questi giorni mi chiedo spesso come persona, ma anche come prete: «Ma se Dio ha permesso una cosa del genere, se almeno lui che tutto può, non è potuto intervenire in questo, che cosa ci vuol dire? Se da un male di cui non conosciamo la fine Egli sa trarre il bene… ma che cosa di enorme ha da trasformarsi in bene di fronte a ciò? Signore, cosa vuoi dirci? Aiutaci a tendere le orecchie per divenire insieme capaci di afferrare ciò che ci vuoi comunicare, perché non ne siamo in grado». Non abbiamo nemmeno il coraggio di chiederci “perché”, Signore, da quanto increduli, devastati e shockati siamo…

Si sono infrante le nostre speranze che ti abbiamo affidato, qui, in questa chiesa, giovedì scorso, proprio mentre Nicolò lasciava la corsa di questa vita, per iniziare la corsa di Lassù; ci abbiamo creduto tutti, fino all’ultimo, senza mollare la presa né il pensiero che Nicolò avrebbe affrontato e vinto anche questa gara, la più irta, difficile e tosta… Ci sentiamo derubati ingiustamente di un nostro figlio, fratello, amico. Anche con il sacramento dell’unzione degli infermi, voluto dai genitori, giovedì pomeriggio, abbiamo invocato Dio per strappare Nicolò da chi aveva bussato improvvisamente; e chissà quante preghiere e invocazioni sono salite al cielo per lui: noi non pensiamo che siano state fatte invano, non possiamo permettercelo!

La morte ha voluto privarci di Nicolò, portandocelo via, ma… non è riuscita a rubarcelo tutto! Grazie Barbara e Roberto, per quel gesto che avete fatto, la donazione degli organi di Nicolò, che sappiamo permetterà a tante, tante persone di poter vivere. Ecco perché, nel dolore e nello strazio, ci permettiamo di dire che Nicolò… è ancora vivo, è ancora tra di noi, perché se n’è andata solo una parte. Non saremo mai in grado di ringraziarvi abbastanza, cari, per questo coraggio che avete e che diventa testimonianza per tutti noi, oggi qui presenti, per salutare Nicolò! Sentitevi abbracciati in questo momento da ogni singola persona!

Questi giorni, inevitabilmente, portano ciascuno di noi a fermarsi, a riflettere, a farsi domande, di cui vorremmo risposte, ma consapevoli che non ne possiamo avere. Anche la nostra fede, questi giorni, è quasi ridotta al lumicino: Signore, ti chiediamo che non si spenga, dacci una mano a tenerla accesa, anche se c’è un impercettibile quantità di olio nel nostro animo. Abbiamo chiesto la guarigione, abbiamo supplicato che Nicolò potesse rimanere tra noi e con noi, sì, ti abbiamo chiesto per lui un miracolo. Forse, però, e magari un po’ lo avvertiamo ora… il miracolo è stato, è e sarà Nicolò, per noi, specialmente da adesso in avanti. Ci fa male dirlo, ma, in fondo al cuore, vogliamo credere che sia così: un atleta che corre in bici non può e non potrà mai starsene fermo neanche in Paradiso, anche lì, e da lì, avrà da correre per portare, in sella alla sua bici, il bene dappertutto, specialmente in mezzo a noi.

Giovedì sera questo luogo è divenuto un cenacolo, una sorta di cappella dove tutti, stretti e convinti, abbiamo vissuto un momento di comunione, di preghiera intensissimo: ci siamo disposti a condividere l’uno il dolore dell’altro, prendendoci per mano, rivolgendoti la nostra personale richiesta per Nicolò. Ora vorremmo che questo diventasse lo stile che assumiamo: dolore e sofferenza vanno condivisi, abbiamo da sentirci ancor più legati di prima, siamo consapevoli che timori, muri che possono esserci stati tra persone… non possiamo più tenerli su, ma abbatterli; abbiamo il compito di creare ancor di più sinergia per crescere in comunione e come famiglia: Nicolò ha creato famiglia: fino a pochi giorni fa, alcuni tra di noi non si conoscevano, ora, vivendo assieme questa vicenda, siamo un’unica famiglia, qui, accanto ai suoi genitori, a suo fratello e ai suoi familiari!

«Uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!». E per correre, e per conquistare il premio, non possiamo scordare quale esso sia, Gesù Cristo stesso! Abbiamo il compito grande, ora, di continuare il nostro percorso, la nostra corsa, creando ancora più squadra, creandola attorno alla famiglia di Nicolò. Ci sentiamo il dovere di essere responsabili e ricordarci come la responsabilità sia e debba essere sempre nostra compagna di viaggio. Siamo consapevoli che nulla potrà essere più come prima, ma altrettanto convinti che quanto accaduto ha trasformato tutti noi, per farci vivere in modo nuovo, più attento, più pronti a prenderci un po’ più cura gli uni degli altri.

Tu, Nicolò, sai di avere una missione grande: essere il primo tifoso di mamma, papà, Filippo; essere poi il piccolo mister per chi si accinge a tuffarsi nella vita, tutti i tuoi amici e conoscenti; diventare quell’olio per lubrificare il motore del nostro animo, perché non si inceppi, ma possa sempre essere attivo e rombante.

Il tuo compleanno, Nicolò, il 31 gennaio, mi fa pensare al santo di quel giorno, san Giovanni Bosco, con il quale tu ora già corri e ti diverti: credo anche tu, unito a lui, possa dire: «Aspetto tutti i miei giovani in Paradiso». Ne siamo convinti, che ci aspetti: oggi è solo un arrivederci, non un addio…

«RESPONSABILITÀ: EFFICACE ANTIDOTO ALLA “PASTORALE DEL BIBERON”»

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Che titolo! Che parolone complicate, profonde e sottili!

Potrebbe e dovrebbe essere questo il primo pensiero che, chi sceglie di leggere queste righe, fa nella sua mente. Ma mi auguro possa aiutare a risvegliare il torpore e l’appiattimento che sta, come un vortice, inglobando tante persone e tanti cristiani, “reduci” da decenni e secoli di un’educazione clericistica e ruolistica di cui stiamo aspramente pagando dazio.

Stiamo vivendo un momento storico, umano e di fede dove il valore della responsabilità è preteso, ma, troppo spesso, non assunto: quanti fatti di cronaca, quante vicende per lo più negative accadono, e il comune denominatore è il reciproco “scaricare colpa e responsabilità” sugli altri, creando un modo di pensare e di vivere dove responsabile di ciò che succede o che il soggetto compie è… l’altro, chiunque esso sia (persona, istituzione, gruppo…).

Tutto ciò ha provocato, nell’epoca che ci ha preceduto, in particolar modo l’abitudine assodata che anche nel mondo ecclesiastico fede, religione, chiesa e simili hanno nei prelati gli unici e soli responsabili: ai fedeli è chiesto di svolgere il compito di ascoltatori, esecutori di ciò che è deciso nei piani più o meno alti. Ancor di più, ciò ha costruito una mentalità, un “modus agendi” dove se non c’è chi “dice cosa si deve fare o non fare” la creatività, la capacità delle persone è rimasta in letargo, in disparte. Se poi entriamo nello specifico, ci accorgiamo come l’abitudine che ognuno si costruisce diventa una roccaforte dalla quale fatichiamo a muoverci, perchè, appunto, chiede lo sforzo di cambiare prospettiva, visione delle cose e del modo di essere-fare.

Proprio il tempo che viviamo domanda un faticoso ma inevitabile strappo dal passato: il nuovo fa paura, non offre sicurezza, anzi, toglie quelle si hanno, piuttosto. Soprattutto a livello di comunità cristiane, la “pappa fatta” non è più possibile, nè tantomeno è garantito di poterla trovare. Tempo addietro non ci si poneva il problema su incombenze destinate al solo clero; oggigiorno, invece, domande che non balzavano neanche in mente, diventano oggetto di discussione, incontri, lamentele, adattamento al mondo… Il calo del clero, il sentirsi parte di una comunità, la rapidità con cui tanti messaggi sono captati, (s)conosciuti, la perdita di fiducia in tanti settori caratterizzano inevitabilmente il presente di ogni individuo, che, volente o nolente, non può più sentirsi spettatore ma protagonista principale all’interno del suo ambiente cristiano.

Servono coraggio, spalle grosse, volontà di analizzare e prendere sul serio ciò che il presente ci sta dicendo, per farci fare un salto di qualità, un salto di responsabilità! Responsabilità che, assunta come mezzo per poter migliorarsi, di fatto, porta a migliorare anche l’esterno di ciascuno, il gruppo, l’associazione, la comunità.

Un bimbo impara a camminare staccandosi dalla mano di mamma e papà, anche se questo significherà le prime volte cadere, probabilmente; anche nelle nostre comunità per crescere e diventare adulti è necessario aver il coraggio di non aspettare “il biberon pronto” dagli altri, ma sentirsi responsabili alla pari, come persone, superando la dinamica rapporto-ruolo; prendere e assumere l’iniziativa, proporre, utilizzare di più i verbi “provo, rischio, tento” rispetto al verbo “non sono abituato”.

Sono alcune piccole tracce di riflessione, non soluzioni già confezionate e pronte all’uso. La stessa definizione del dizionario “che risponde delle proprie azioni e dei propri comportamenti, rendendone ragione e subendone le conseguenze” indica che responsabilità è sinonimo di presa di coscienza, di maturità.

Non assumere responsabilità significa rifiutare o aver rifiutato di crescere, di diventare adulti.

don Federico