LETTERA PER LA SETTIMANA SANTA: TU, CHE SEI DISTANTE, MI SUGGERISCI COME STARE VICINO… A CRISTO?

Ormai anche quest’anno alle porte, la Settimana Santa ci introduce alla solennità di Pasqua, vertice e culmine della vita cristiana e della Chiesa intera.

Lo scorso anno, durante il periodo di Quaresima, avevo proposto cinque lettere, scritte e composte pensando a determinate categorie di persone, per lo più coloro con cui abbiamo a che fare nelle nostre realtà paesane e parrocchiali.

Quest’anno azzardo una lettera da portare… ai non praticanti, a coloro, cioè, che da tempo non sono più fisicamente presenti tra i nostri banchi, in chiesa.

                Carissimo/a, mi piacerebbe intanto sapere come stai… Non ricevendo la risposta solita “Tutto bene, grazie!” o “come al solito”… No, no, vorrei proprio sedermi e ascoltarti, non accontentandomi delle risposte veloci di cui spesso ci facciamo carico anche nei nostri luoghi di fede.

Ti vorrei dedicare quel tempo che probabilmente non ti è mai stato dedicato, di ascolto, perché magari hai contestato qualche scelta, non ti trovi su alcune posizioni della Chiesa, hai vissuto momenti poco evangelici nella tua formazione e frequentazione degli ambienti parrocchiali, da giovane… O forse hai raggiunto un’età, un vissuto che ti ha talmente stancato, perché fatto di parole (tantissime) e di fatti (pochissimi) che ti ha portato ad a non aver fiducia. Non posso darti torto, o ragione, preferisco solo ascoltare quanto vuoi dirmi, perché, prima di tutto fa bene a me…

Sai, mi piacerebbe che proprio tu che… sei “distante” dalla frequentazione, quest’anno, potessi offrire dei suggerimenti su come vivere la settimana santa.

«Io?», mi dirai… «e come posso io fare una cosa del genere?».

«Semplice», ti rispondo, «perché molte volte è chi è “estraneo” ad avere intuizioni molto più creative e fantasiose di chi, invece, è “solito”, un frequentatore abituale.

Farsi suggerire da chi ha preso strade di distanza da Gesù, dalla Chiesa, come vivere al meglio vicino a Gesù. Sembra utopia d’altri tempi.

O forse è la scelta più importante, in questa Pasqua, accompagnata dall’avvenimento del Sinodo, che invita a porsi in ascolto anche di ciò che non fa parte dell’abituale, del conosciuto.

D’altronde, che cos’è la Pasqua, se non la novità assoluta, di un qualcosa mai accaduto prima?

E non stiamo forse cercando soluzioni ad un momento in cui, ignari del futuro, siamo spesso ancorati a ciò che sempre c’è stato, rendendoci però sempre più conto di continuare ad abitare dentro una casa che sta crollando? E come la possiamo restaurare, guardandola solo da dentro? Ci è indispensabile che ci sia anche chi dà fuori ci dice com’è conciata: i muri esterni, portanti, dall’interno, non possiamo vederli tutti completamente…

Probabilmente questi suggerimenti saranno quelli che potrebbero mettere le basi per una modalità con cui costruire la Chiesa: vuoi mettere scoprire qualcosa di nuovo, magari in un’altra lingua, o un piatto diverso, perché di un’altra cultura… eppure quando si tratta di stare a tavola, o di ammirare la natura e il bene, tale linguaggio è universale?

Ecco, Gesù universale, e perciò… “suggeribile” da chi è un po’ più in là dei soliti noti confini…

don Federico

«A POCHE ORE DAL 2022…»

Ormai agli sgoccioli anche il 2021, in queste ore ci si prepara al 2022 alle porte.

Ciascuno lo fa in vari modi: per qualcuno non ci sarà nulla di eclatante, si cambierà semplicemente calendario; per qualche altro ci saranno sogni che finisca il covid, che ci sia più pace e tranquillità in casa, in famiglia; per qualche altro sarà poter realizzare il sogno della propria vita o un desiderio da tempo nel cassetto… Per qualcuno – forse – non ci sarà nemmeno alcuna attesa, perché ha perso la speranza già da parecchio tempo, e il pessimismo abita nella sua testa e (speriamo di no!) nel suo cuore.

Per quanto concerne me, davanti a questo nuovo anno che ha da scoccare tra qualche ora, che sogni o attese ci sono?

Ne individuo tre, fondamentalmente.

Avere il coraggio di avere speranza in qualcosa, o Qualcuno: se c’è una caratteristica tanto diffusa è la rassegnazione e l’individualismo, che sono gli esatti antagonisti dello sperare. Coltivare la speranza in qualcosa è certamente come quella rugiada che mantiene “umida”, viva la propria esistenza. La speranza presuppone ci siano delle mète, degli obiettivi da raggiungere. Più si hanno obiettivi, più è facile mantenere speranza e fiducia; meno si hanno obiettivi, più è facile lasciarsi trascinare dalla corrente del momento…

Riscoprire l’umanità: spiace dirlo, ma è una qualità che l’essere umano ha perso quasi dovunque… Tra tecnologia, social, bombardamento di notizie, fretta quotidiana, l’uomo si sta disumanizzando e non è più capace di relazionarsi “dal vivo”. In ogni ambito sembra si sia aperta una guerra, dove l’«io» è al centro di tutto e l’unico luogo di totale sicurezza. L’esperienza del Covid avrebbe dovuto renderci migliori – si diceva – ne siamo proprio sicuri che è andata e sta andando così?

Uscire da quella routine che paralizza: da parecchi anni è in vigore lo slogan “Chiesa in uscita” e tanti altri, che in concreto poi non trovano riscontro. Accostare persone apparentemente distanti da chiesa, fede, sacramenti permette spesso di trovare terreno di confronto rispetto ai terreni soliti, abitudinari e inscalfibili. C’è sete di spiritualità, tanta, ma non la si ricerca più nei paesi, in ciò che ha caratterizzato per anni la vita di tante persone cristiane, nelle parrocchie (che e quanto futuro avranno con la modalità con cui esistono ora?). Misurarsi con l’esterno significa esporsi, metterci la faccia, ampliare la propria cultura e il proprio bagaglio di informazioni, rendersi conto che il mondo finisce ben oltre i confini personali.

Nel 2022 saranno poi 40 anni dal famoso Mundial di Spagna ’82. Anniversario importante si, ma ancor più occasione perché lo sport sia veicolo di tanti valori educativi che, molto spesso, le altre agenzie educative stentano o non sono più in grado di diffondere.

Coinvolgere e lasciarsi coinvolgere: due ricette vincenti per l’anno che verrà.

Buon 2022 ad ognuno!

don Federico

«DOPO UN ANNO DI CAPPELLANO IN OSPEDALE…»

Guardando il calendario, e scoprire che siamo giunti al 2 novembre, porta la mente al pensiero che proprio un anno fa, di questi tempi, iniziavo un pezzo di ministero nuovo, in ospedale, come cappellano.

Si era iniziato in piena “epoca Covid”, con zone strettamente vietate, per non rischiare contagi, da subire o da diffondere, e poter individuare solo attraverso gli occhi chi fossero le persone, alabardate da capelli a piedi di materiale medico protettivo.

Ricordo come nell’aria vi era una tensione grande, di completa preoccupazione e fatica: non si vedevano più sorrisi, al di là delle mascherine indossate, e anche l’espressione degli occhi sapeva manifestare il disagio, lo sfinimento di tante persone del personale.

Piano piano, occasione dopo occasione in cui mi addentravo in questo nuovo luogo (tutti conoscono l’ospedale da fuori, ma quando ci operi dentro… è tutt’altra musica…), ecco che balzava subito all’occhio e all’animo che la caratteristica fondamentale, prima della fede, della teologia, e di tutto il resto, da avere sempre è l’umanità!

Umanità nel benedire salme che sarebbero partite senza nessun saluto dei congiunti (spesso non era consentito per, appunto, il rischio contagio), umanità nell’ascoltare la flebile voce di infermieri sfiniti, umanità nel consumare un caffè nei distributori di vivande prestando attenzione ai ricordi dei primi mesi di Covid, umanità nell’incoraggiare il personale che, spesso, si doveva trasformare in famiglia per tanti pazienti ricoverati…

Umanità: non solo una parola, ma uno stile, di vita, di presenza.

Nei mesi scorsi il nostro Altopiano si è dovuto scontrare con alcuni eventi di morti tragiche, particolarmente di giovani. Stare accanto a genitori, fratelli e amici che si sono trovati di fronte a drammi inimmaginabili ha chiesto una presenza che, al di là del tempo misurato con l’orologio, è diventato di una profondità assoluta. Quanto bisogno di sostegno hanno coloro che perdono un loro caro! E non lo si può liquidare in quel “condoglianze” il giorno del funerale, e poi… tutto riprende con i soliti ritmi incalzanti, di produrre, di correre, ecc…

L’aver iniziato da qualche mese a poter iniziare il giro di visite dal reparto maternità ha dato un toccasana grande: cosa c’è di più bello di ammirare il sorriso di una mamma in attesa, o di mamme che cullano i loro piccoli, nati da qualche ora?

L’ospedale e l’essere un suo “dipendente” insegna tante cose che nè libri nè altri strumenti sono in grado di fornirti. Molto spesso si parla si pastorale e di parrocchie a non finire; mi convinco sempre più, però, che le parrocchie più parrocchie sono i luoghi di sofferenza, ospedali, hospice, case di riposo, dove non porti il ruolo (ciò che vale quasi ovunque), ma lì porti solo te stesso, ciò che sei, quello che il tuo vero essere è.

La sofferenza è maestra di vita perchè sa toglierti le maschere, lì non di può fingere…

Oggi ricordiamo, perciò, tutti coloro che in questi mesi in ospedale, nelle RSA ecc hanno terminato la loro esistenza; e, nel medesimo tempo, chiediamoci come far sì che la morte non sia un evento che riguarda coloro a cui càpita, ma indirettamente a ciascuno di noi.

don Federico

«GIOVEDI SANTO 2022»

Stiamo ormai entrando anche quest’anno nel Triduo pasquale, i giorni più “intimi” e profondi per noi cristiani.

Al mattino i Vescovi benedicono gli oli con cui saranno amministrati i sacramenti del battesimo, della cresima e dell’unzione degli infermi, e, nella medesima celebrazione, tutti i presbiteri rinnovano le loro promesse sacerdotali.

Nella celebrazione in «Cœna Domini», invece, la liturgia pone l’accento sull’istituzione dell’Eucaristia e sulla lavanda dei piedi, simbolo del servizio nella Chiesa. Il Maestro lava ai piedi ai discepoli, il più grande è colui che serve…

Nel contesto che stiamo vivendo sono doni che fanno respirare a pieni polmoni Dio: quanto bisogno abbiamo di toccare con mano quegli oggetti che comunemente usiamo, perché in Dio trovino un senso più grande? L’olio, le promesse, un pezzo di pane, una bacinella con dell’acqua, e un asciugano… tutte cose semplicissime, quotidiane, ma con un valore aggiunto.

Parliamo di crisi nella Chiesa, del sacerdozio, della cura delle persone (quanto olio serve per sanare tante ferite e drammi), della celebrazione della messa, del mettersi a disposizione, non per esigere, ma per offrire… e in un solo giorno la liturgia ci permette di toccare con mano ciascuna di queste “crisi”, dandole aria, respiro, vitalità.

Il giovedì Santo è il giorno non tanto della speranza, ma della conferma della presenza di Dio, nel mondo. Forse a volte abbiamo banalizzato la sacralità di certi riti, di certi sacramenti, eppure il loro contenuto è delizioso: Gesù istituisce il sacerdozio perché non manchi mai l’opportunità per cenare assieme. Gesù si fa pane e vino perché nessuna alta teologia possa tener escluso anche la persona più semplice e non studiata. Gesù introduce il comandamento dell’amore, che si chiama servizio, perché la gara sia a chi s’offre di più, non a chi soffre di più.

Entriamo sommessamente nel Triduo, e seguiamo Gesù, camminando accanto a Lui.

don Federico

«GIOVANI, CHE CHIESA SOGNATE?»

LA CHIESA CHE VORREI

I giovani sollecitano la comunità cristiana

Se ci guardiamo attorno, da ormai parecchi anni le nostre assemblee domenicali, oltre a quelle feriali, ci presentano più posti vuoti che gremiti. Se analizziamo meglio le assenze, ci accorgiamo subito che i posti vuoti per lo più si concentrano in età ben precise, e facilmente individuabili: quella dei giovani.

Ecco, perciò, che da almeno 6 anni, ho cercato le risposte al perché di questi vuoti non tanto (e non solo) nei libri, in convegni, ma… andando direttamente a chiedere ai diretti interessati. E queste sono le domande che ho rivolto a molti giovani, e giovanissimi, del nostro territorio, e del territorio nazionale, soprattutto a coloro che “non frequentano”: «Che Chiesa sogni? Come ti piacerebbe fosse la Chiesa?».

E, con una certa sorpresa, ho potuto constatare come nessuno di essi non abbia risposto, anzi! La maggior parte mi ha ringraziato e mi ha chiesto di aver pazienza per formulare con un po’ di tempo adeguato la propria risposta, non essendo “una domanda che ci si sente rivolta tutti i giorni”.

Questo lavoro, perciò, è un condensato di esperienze, suggerimenti, “confessioni” personali di tanti e tante giovani che hanno accolto – a mio parere sullo stile sinodale, di cui tanto si parla in questi anni – l’invito fatto a prendere sul serio anche la domanda di fede, e del loro senso di fede, in questi tempi.

Ciascuna riflessione loro è accompagnata da alcune righe di commento che mi hanno interpellato a sognare una Chiesa… che sa sognare, in grande! Ad esse si è voluto aggiungere qualche passo in riferimento a qualche santo, o alle encicliche di papa Francesco, che richiamano quello che è il nucleo centrale della risposta.

L’augurio, naturalmente, è che, dentro il cammino sinodale, anche questi contributi possano essere utili frammenti per non lasciare la Chiesa “in balia delle onde”, ma possano diventare piccoli tocchi e rintocchi per gustare un suono diverso, una melodia nuova, una primavera dove sbocciano tanti fiori profumati che preparano la strada per tanti frutti che si potranno poi raccogliere.

La risposta a queste domande data dai giovani afferma che la chiesa è più viva che mai; forse, ora come ora, la fatica è prendersi del tempo per ascoltarli sul serio e “osare” un po’ di più di fronte a tanti freni, tanti moralismi, tanti tradizionalismi che tradiscono la brillantezza e l’essere spumeggiante del Vangelo!

don Federico Fabris

«BENEDETTO PUNTO NASCITE!»

Va detto: meno male che ad Asiago c’è il punto nascite, in ospedale!

In luglio, fortunatamente, ecco l’apertura e l’inaugurazione di questa piccola porzione di ospedale, nell’edificio nuovo.

Ad oggi sono 9 i neonati che qui sono nati.

Sostengo sia benedetto il punto nascite perchè, nei giorni in cui svolgo il mio servizio di cappellano, ha stravolto l’iter del giro.

Da quando ho iniziato il ministero come cappellano, lo scorso novembre, quando ancora era presente il reparto “covid” nell’ospedale vecchio, il reparto nascite si era svuotato, già… E si temeva non potesse ritornare a vivere.

Ora, dopo aver salutato direzione e amministrazione, quando arrivo, è il primo reparto da salutare!

Sì, parto da lì, da questa zona che ricarica, che offre la possibilità di trovare le persone più contente e felici: mamme in visita, mamme con il pancione, mamme con la culla accanto al letto che custodisce il neo-arrivato o arrivata.

Al di là del “credo” religioso, diventa motivo di gioia condividere qualche battuta, qualche trepidazione, con loro; poi, si, anche la preghiera e la benedizione sono per la stragrande maggioranza un tocco in più di grazia.

E lì si fa la ricarica di vita, prima di visitare gli altri reparti, dove la salute è inferiore…

L’augurio è di trovare tutti i reparti semi vuoti, possibilmente; ma il punto nascite, invece, sempre “intasato” di vita: vagiti e nomi scritti sul registro dei nati, culla e “ovetti” che custodiscono i corpicini dell’amore di tante mamme e papà, infermiere e personale che, con il sorriso, accolgono il cappellano che è sempre pronto ad estendere benedizioni kilometriche!

don Federico

«QUALCHE GIORNO DI CAMPEGGIO: RINGIOVANIRE IN MEZZO AI GIOVANISSIMI»

Ormai 17 anni fa, quand’ero ancora seminarista, ho vissuto un campeggio con alcune parrocchie della diocesi di Vicenza.

Tra di loro un ragazzino di V elementare di cui ovviamente non potevo ricordare nè nome nè viso…

Qualche settimana fa ricevo una telefonata per una disponibilità ad un campeggio, da una persona che si presenta come un ragazzino 17 anni fa, che ora è animatore, e si ricordava di me, e di quell’esperienza… Ovviamente sorpresa grande, ma nello stesso una domanda: «Che avrò fatto di così strano perchè un bimbo, diventato giovane, si ricordi di me?».

Ho colto comunque l’invito, e ho accolto la proposta, tanto più che il turno previsto riguardava ragazzi di III media, I e II superiore.

Quando si arriva da “foresti”, in un’esperienza già iniziata, affascina sempre l’accoglienza e vedere come da persone sconosciute si arriva piano piano a conoscere il nome, la provenienza degli altri…

Un prete, si sa, infonde sempre curiosità, vuoi per il ruolo, vuoi perchè tante sono le sfumature di esserlo, vuoi perchè incute comunque domande…

E da perfetti sconosciuti inizia un dialogo, un condividere attività, momenti di gioco, di preghiera, che permettono di creare una sintonia tale che sembra conoscersi da tempo, da anni. Occasione per scambiare con ciascuno una battuta, chiedere che sogni ha, che scuola frequenta, per poi sentirsi rivolgere domande più o meno profonde, inerenti il ministero, le problematiche attuali, il numero di scarpe, quale sport pratico…

La bellezza di riscoprire persone, adolescenti, che hanno ciascuno una storia, un percorso, difficoltà e traguardi da raggiungere, mentre a te viene chiesto, per qualche giorno, di accompagnare, ascoltare, condividere un pezzo della loro vita, un pezzo della loro estate.

Sulla stessa scia, l’incontro, il dialogo, il confronto con gli animatori, il valutare quale attività proporre in base al tempo e alle previsioni, il momento scelto assieme per darci il “buongiorno” e pregare assieme al mattino; sperimentare la “drammatizzazione” del Vangelo, impersonandone i personaggi e le situazioni…

Sono solo alcune righe, di un paio di giorni vissuti tra le montagne trentine, dove al mattino ci si alzava con l’erba bagnata dalla rugiada mattutina, e alla sera si stava bene con un maglioncino (!), rispetto all’afa della Pianura Padana, e non solo…

Un grazie sincero agli animatori, ai ragazzi e ai cuochi con cui ho condiviso queste giornate e questa esperienza, sicuramente capace di arricchire ciascuno, e, di conseguenza, tutti quanti!

Dentro questa esperienza positiva, non si possono dimenticare quelle persone, quelle famiglie colpite, invece, da tragedie, in questa settimana: anche di loro, ci è chiesto di prenderci cura; anche a loro siamo chiamati a portare un soffio di speranza, un abbraccio di fiducia nel futuro, un sussurro di Dio…

don Federico Fabris

VENERDÌ SANTO – PASSIONE DEL SIGNORE

2 aprile 2021

Tutto finito.

Game over.

Fine del sogno.

Sono questi i termini con i quali esprimersi ora, al termine della narrazione della Passione dell’evangelista Giovanni: quel Gesù di cui tante cose belle e buone abbiamo saputo, è morto. Non facciamoci illusioni, purtroppo non c’è più niente da fare…

È il pensiero – questo – sentito e che coinvolge tutti noi, quando a qualcosa non c’è più rimedio… Penso a quando una coppia di genitori.. perde un figlio; quando una coppia si separa e divorzia; quando la relazione tra due fidanzati si conclude; quando al capezzale di una casa di riposo una persona cessa di vivere, senza nessun familiare lì accanto a lei; quando ciascuno di noi sperimenta qualche fallimento nel lavoro, nei rapporti umani…

E quante altre occasioni e vicende che portano a dirsi: «È finita, è finito tutto…».

Sì, il venerdì santo è il giorno in cui queste cose non solo si dicono, ma si sperimentano proprio, come l’impossibilità del cambiamento: quando una persona è morta. Morta. Non può rivivere. Fine.

Probabilmente quest’anno, reduci dal secondo anno consecutivo di “compagnia Covid”, il venerdì santo ci rattrista ancor di più, soprattutto se siamo passati per il virus, o abbiamo saputo che a causa di esso… qualcuno ha terminato la sua esistenza.

Gesù passa attraverso questa situazione, dove tutto termina. Lui, figlio di Dio, onnipotente, capace di realizzare miracoli, guarigioni… incapace di sconfiggere la morte, il dramma più grande e inspiegabile per l’umanità, fatta per la vita.

Termina la sua vita su una croce, come un condannato, un sobillatore di popolo, solo, come un cane, abbandonato da tutti, specialmente da coloro che gli hanno vissuto assieme, una forma di tradimento elevatissima. Termina la sua vita con un grido, che riassume il grido (giustificato) di chi in preda al dolore e alla sofferenza non può starsene zitto, non può tacere, non può non alzare agli occhi al cielo, ed esclamare: «Perché?».

Se ci lasciamo accompagnare sul serio dai testi della Passione, ne usciamo… sconvolti! Chi non è fatto per la morte, risulta essere sconfitto da essa. Definitivamente? Qualcuno, nel mondo dello sport, direbbe: «Una battaglia si può perderla, ma alla fine vince chi trionfa in guerra». Gesù la battaglia contro la morte in croce la perde miseramente, un perdente autentico…!

Bene, possiamo pure tornare a casa ora… Forza, che senso ha rimanere qui, sapendo che quel Gesù in cui tanto anche noi confidiamo è morto? Che restiamo qui a fare? È tutto finito…

A meno che…

A meno che… cosa?

A meno che non ci sia qualche illuso, qualche pazzo che, di fronte all’evidenza, sia incapace di arrendersi… Di fronte ad un fatto chiaro, visto, inequivocabile, qualcuno non nutra una speranza dove non ci può essere speranza…

Ed qui – cari amici – che si fonda la nostra fede.

Sì, proprio qui… sta la fede! Aver fiducia in qualcosa che è impossibile, non realizzabile.

Aver fede significa pensare di poter sopravvivere ancora dopo un caro che si è tolto la vita, dopo essere passato per il rifiuto del proprio marito o moglie; dopo sentirsi in colpa per non aver stretto la mano ad un caro, morto senza nessuno accanto in ospedale… Credere che, di fronte a questa esperienza del Covid che sta minando rapporti umani, che sta mettendo in luce tanta cattiveria, preoccupazione ed egoismo, ci sia ancora speranza di vivere nel nostro mondo.

Ci addentriamo nel sabato santo.

Lo nominiamo poco, perché dopo il venerdì santo passiamo alla Pasqua, noi…

No! Alt!

Il sabato santo va vissuto: è vivere il silenzio!

Sì, stare zitti, muti, di fronte al proprio io più profondo, e stare lì, senza parlare, senza distrarsi; osservare e chiamare per nome i propri fallimenti (tanti, pochi?), e aver il coraggio di guardare oltre loro. Piangere se necessario? Sì! Urlare la propria rabbia a Dio? Si, se necessario, perché altrimenti non siamo uomini, ma marionette.

Gesù affronta la sofferenza, non la evita: e noi? Gesù non la cerca, ma la combatte, e, apparentemente, ne esce brutalmente sconfitto. Gesù è venuto a condividere il male che c’è nel mondo; noi? Ci facciamo conoscere come immortali, o facciamo emergere le nostre ferite, dolori, sconfitte?

In questa occasione normalmente il rito prevede l’adorazione della santa croce, un gesto assai denso di significato, perché, mettendosi in fila, si bacia la croce: ci abbiamo mai pensato? Si bacia un luogo di tortura, di morte, di sofferenza! Chi mai bacerebbe il letto in cui un proprio caro muore? O chi bacerebbe un coltello, una pistola, che ha ammazzato una persona? In questo gesto veneriamo l’amore supremo di Cristo, nel luogo dove egli sconfigge tutti i mali del mondo, passati, presenti e futuri!

Tra poco innalzeremo al Padre dieci preghiere, la preghiera cosiddetta “universale”: non lasciamola scorrere come tante parole che sentiamo ogni giorno; piuttosto meditiamola, facciamola diventare nostra!

Tutto finito.

A meno che… tu, che sei qui, non abbia davvero fede!

GIOVEDÌ SANTO IN «Cœna Domini»

1 aprile 2021

Normalmente al giovedì santo di ogni anno noi preti siamo invitati in Cattedrale a Padova a celebrare la messa del «crisma» con il Vescovo, rinnovando le nostre promesse; e, in quella medesima celebrazione, vengono benedetti gli oli che usiamo poi per amministrare i sacramenti del battesimo, della cresima, dell’unzione.

Quest’anno, ancora a causa del Covid, hanno potuto essere presenti solo una parte di noi, una “rappresentanza”, come si dice in gergo. In qualche modo, perciò, stasera è un po’ sentirsi mancanti di un’occasione grande per stare in famiglia e rivedere tanti confratelli e amici.

Dunque, si fa oggi memoria dell’istituzione del sacramento dell’ordine e dell’Eucaristia, la sistole e diastole, del giovedì santo; i due sacramenti che riguardano in modo inequivocabile la presenza di un prete, o di un vescovo.

Nella realtà odierna, probabilmente, sono talmente ovvie, dovute, che nemmeno fanno più pensare alla grazia che si può avere anche in territori minuscoli come i nostri: che ci siano ancora persone che… si mettono a disposizione del Vescovo per tentare di evangelizzare e aiutare a mantenere la fede nei luoghi dove sono inviati. «Avete una missione grande voi, oggi», dice qualcuno; «Non so come fate a resistere, tante volte», aggiunge qualcun altro… Frasi che sono vere, attualissime. A volte me lo chiedo anch’io… come facciamo a tener botta, in certe circostanze, di fronte a tanta indifferenza, e al tentare di mantenere in piedi ciò che è essenziale per il ministero (oggigiorno sembra esserlo tutto…).

Gesù istituisce l’Eucaristia attorno ad un tavolo – presumo – con 12 persone presenti: la legge dei numeri è a suo sfavore, “solo” 12 persone? Solo 12, chiamati poi ad andare in tutto il mondo, e, in breve, ridotti a 11, perché Giuda… sappiamo come va a finire… Verrà poi “rimpiazzato” da Mattia, come leggiamo negli Atti degli apostoli.

Celebra questa cena “particolare” poco prima di vivere le sue ultime ore di vita, con le persone più intime che ha, coloro che hanno vissuto con lui, per tre anni… Ma quanto celebra non è “riservato” loro, ma… per tutti: pane spezzato e sangue versato non solo per i discepoli, ma per tutti. È il «dono dei doni», il più prezioso, che – per noi occidentali – è diventato il più scontato. Mi chiedo, a volte, se siamo davvero consapevoli di ciò, quando presentiamo le mani, nelle quali viene appoggiata quell’ostia consacrata, se le diamo il massimo della dignità (mani non sporche, aperte, con lo sguardo verso quel Cristo che si fa toccare da me)…; quante sono le volte in cui pronunciamo la parola “grazie” perché Dio ci concede di essere alla sua mensa; quante volte, per ricevere questo dono, diventiamo dono in Lui e per Lui, nella celebrazione…

Dall’Eucaristia nasce anche il sacerdozio ministeriale: «I Presbiteri… ad immagine di Cristo, sommo ed eterno Sacerdote, sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento… Esercitando, secondo la loro parte di autorità, l’ufficio di Cristo Pastore e Capo, raccolgono la famiglia di Dio, quale insieme di fratelli animati da un solo spirito, e per mezzo di Cristo nello Spirito li portano al Padre… » (LG 28). Quest’anno, a differenza dello scorso, in presenza, possiamo celebrare; chi presiede raccoglie ed eleva la preghiera dei presenti, facendosi voce loro. Che compito! Che montagna da scalare, umanamente parlando! Eppure… qui, Dio si fida ancora di me, in questo servizio: che battiti cardiaci forti, a volte, mentre si compie tale gesto; che tremore alle mani pronunciare quelle parole che ha pronunciato Gesù stesso, con la voce… Che bisogno di tempo di preparazione, di attenzione, di attitudine per non banalizzare o ridicolizzare questo divino mistero! Quanto mancante e incapace mi sento quando ho da sviscerare quella Parola che ascoltiamo, e che ho il compito di far comprendere ai fedeli in chiesa… Quanto bisogno di approfondire, di studiare, di meditare questi testi, per non far parlare me, ma Lui! E – spesso – quanto costa!

Normalmente in questa celebrazione vi è anche un altro segno simbolico di altissimo significato, la lavanda dei piedi, che siamo costretti omettere, a causa della pandemia. Il suo senso è la consegna del comandamento del servizio. Giovanni richiama l’attenzione sul gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi e lascia, come suo testamento di parola e di esempio, di fare altrettanto tra i fratelli. Non comanda di ripetere un rito, ma di fare come lui, cioè di rifare in ogni tempo e in ogni comunità gesti di servizio vicendevole — non standardizzati, ma sgorgati dall’inventiva di chi ama — attraverso i quali sia reso presente l’amore di Cristo per i suoi («li amò sino alla fine»). Quali i gesti di servizio vicendevole che si fanno qui, non abitudinari, ma nati dalla creatività e della volontà dei fedeli? Siamo imitatori di questo Gesù, o ne siamo lontani? Cosa impedisce di essere persone servizievoli verso gli altri, verso la Chiesa?

Pensiamo se a breve restassimo senza Eucaristia, senza ministri sacerdotali… più dello scorso anno: ci creerebbe davvero scandalo, cambierebbe sul serio la nostra vita? Cristo – e ciò che lo riguarda – lo diamo sempre per certo, per sicuro e assicurato; ma Egli non è né possesso personale né diritto per meriti acquisiti, ma motivo di comunione e di cammino fraterno.

Sia l’occasione per imparare a ricordare spesso il «grazie» che dovremmo esprimere a Dio; e sia occasione per ricordarci, che, chi non vive per servire non serve per vivere, come diceva don Tonino Bello.