PENSIERI AL TERMINE DI QUEST’ANNO STORICO E INDIMENTICABILE…

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Mancano ormai poche ore al cambio d’anno, al passaggio dal 2020 al 2021, e l’augurio che ovunque si legge è che l’anno ormai al termine venga sepolto per quanto ha lasciato: sofferenza (tanta), eventi lieti (pochi). Ma siamo davvero convinti che basterà vedere scritto o leggere “1 gennaio 2021” per una dimensione nuova di vita, di salute, di politica, di legami?
Personalmente sarei portato di più a valorizzare ciò che, seppur meno evidente, ci lascia di positivo (attenzione, non inerente al virus!): le nuove scoperte che abbiamo fatto; i legami che si sono rinsaldati e quelli che sono nati; l’aver potuto gustare la natura un po’ più del solito; l’aver scoperto nuovi modi di essere cristiani, e di vivere da fedeli credenti; il coraggio di tanti fratelli adoperatisi per la vita altrui; la presa di coscienza che non siamo padroni e creatori del mondo…
Alcune figure particolari, che hanno lasciato un segno indelebile, quest’anno, vengono subito in mente… Tra gli ultimi, certamente, “Pablito”, forse la persona che più rappresenta questo momento: da una possibile “fine miserabile” per denuncia di scommesse, a portento azzurro per arrivare “in cima al mondo” nel luglio dell’82. Un riferimento che ci fa e ci farà bene ricordare: per arrivare in alto, occorre passare per il fallimento… E quanto spesso in quest’anno il senso di impotenza e di fallimento è entrato nei nostri pensieri?
Qualcuno sostiene che nel mondo si è attualmente in troppi, e perciò la natura sta… ricalibrando gli utenti che ci vivono. A me pare un pensiero poco conveniente. Piuttosto chiediamoci se chi c’è al mondo non riesce a vivere perché altri non glielo permettono, con senso di egoismo, insensibilità e disinteresse cronico altrui.
Forse può aiutarci, allora, riflettere e provare a rispondere personalmente ad una domanda: che cosa mi impegno a migliorare di me, perché, di conseguenza, anche il mondo migliori? Sarebbe molto proficuo che ciascuno riuscisse a scovare e praticare quel miglioramento che sa di poter realizzare: il mondo – anche senza rendersene conto – a sua volta diventerà migliore.
Le stime dicono, ancora, che quest’anno è aumentato del 20% il numero dei defunti, in generale: ognuno ne ha almeno qualcuno, da ricordare e conservare nel cuore, soprattutto se colpito dal Covid, e venuto a mancare senza il conforto dei familiari, e degli affetti più cari. E, parimenti, è aumentata la nostra sensibilità, il nostro farci carico di chi soffre, di chi vive malattia, sofferenza e vuoto nell’anima e di persone?
Cosa augurare allora? Pace, serenità, più gioia, meno disgrazie… Certo, questo si!
Mi pare più opportuno, però, augurare a ciascuno questo: scopri quanto di bene c’è in te, e mettilo a disposizione del mondo! Dai il meglio di te, ad ogni persona, e in ogni circostanza! Scopri quanto vali tu, per poter essere pronto a valorizzare gli altri!
Buone ultime ore di 20 20, prima di procedere al 20…21!

don Federico

«GIORNI DI SPERANZA E DI EMPATIA AFFETTUOSA»

Stiamo giungendo a Natale anche quest’anno, ormai manca poco.

E – lo sappiamo bene – sarà un Natale diverso da tanti altri, ma con una certezza: Gesù nascerà. Lui non lo ferma nessuno, così come nessuno è in grado di fermare il suo arrivo, in questo mondo.

Nell’aria si sente forte un senso di disagio, di timore, di distanza che la pandemia ha piano piano disseminato tra di noi, nei nostri rapporti, nelle nostre relazioni: ci sentiamo tutti un po’ più impotenti, e soli.

Abbiamo bisogno di nutrirci di notizie e di momenti di speranza, di affetto, di tenerezza, di amore: è il percorso “consigliato” per non arrendersi, per non cadere e rimanere a terra; abbiamo bisogno tutti di sentire qualcuno ancora disposto a venirci incontro, senza paura, che ci esorta con parole dolci e buone a rimanere sereni e fiduciosi.

Possiamo usufruire ancora di 24 ore ogni giorno, di tutte le qualità e caratteristiche che ci contraddistinguono per rispondere alla paura, al senso di arrendevolezza che vorrebbero farsi troppo largo in noi.

Che bello, se ognuno ritaglia un piccolo spazio per dare e offrire un po’ di coraggio ad un’altra persona: saremmo in milioni – e forse miliardi – di persone che diffondono coraggio, tenacia, grinta, volontà di rimanere fiduciosi.

Lasciamoci accompagnare e sollevare nell’anima da queste note musicali, da queste parole che regalano speranza ai nostri cuori!

E, intanto, mi immagino in un prato verde, disteso, a contemplare l’azzurro cielo.

E, d’improvviso, arriva una persona, poi una seconda, e poi un’altra ancora, e così via, una dopo l’altra, in cerca di un abbraccio.

Mi alzo, e quel prato verde, cambia fisionomia: diventa il prato degli abbracci, dove ognuno ne riceve e ne dà, in abbondanza.

Che sia un sogno? Forse sì.

Ma preferisco pensare che i sogni non solo solo sogni, ma realtà che stanno per realizzarsi.

Basta attendere qualche attimo, o, forse, qualcosina in più.

Buoni giorni di speranza e di empatia affettuosa a tutti!

don Federico

«I FRAMMENTI DI CHIESA VIVA IN EPOCA COVID»

Nella giornata di ieri la duplice “grazia” di poter celebrare un matrimonio e un battesimo, oltre alla messa festiva del sabato sera, ha dato un tocco particolare a questa nostra epoca.

Nonostante le varie limitazioni presenti, a causa della pandemia, sono stati segni e occasioni importanti per assaporare una Chiesa presente, viva, che, anche nel silenzio, ha portato gioia con le campane suonate a festa.

E’ utile raccontarci il bene, in questi momenti di forti preoccupazioni e dubbi. Lasciamoci coinvolgere da queste due piccole bomboniere per un sorriso. Anch’esso, con le tante mascherine che abbiamo da portare, spesso ci manca.

Eppure… sa fare la differenza!

don Federico

«LA CHIESA STA CAMBIANDO, MA DIO OCCUPA SEMPRE LO STESSO POSTO NELLA NOSTRA VITA O STA CAMBIANDO ANCHE IL MODO DI COMUNICARE CON LUI?»

La chiesa sta cambiando, ma Dio occupa sempre lo stesso posto nella nostra vita o sta cambiando anche il modo di comunicare con Lui?

L’anno 2020 è proprio un anno che si ricorderà nella storia e nella vita, sotto tutti i punti di vista: in primis, per il fenomeno del Corona virus, che sta “occupando” da mesi la nostra quotidianità, ma anche per tutta una serie di altri motivi di cui quasi mai si parla (fame nel mondo, persecuzione dei cristiani, sempre più persone malate più moralmente che fisicamente….), e che fannoe parte dell’oggi…

Raramente in questo periodo, vuoi per la stagione estiva, vuoi per il tempo di vacanze, si ha modo di potersi confrontare e dialogare con un tempo prolungato su tematiche che ci riguardano tutti, e da vicino: meglio, basta accendere radio o tv, o scorrere le pagine di informazioni in internet, per aver l’attualità “a portata di mano”, con molte sfaccettature che spesso si traducono in un creare confusione e disagio nelle menti delle persone.

Per chi è credente, cattolico, ma non solo, questo è anche il tempo di interrogativi più o meno forti sulla fede, sulla Chiesa, su Dio…

Già da tempo ci si è resi conto che la fede non è più il primo interesse di tante persone, e, ancor di più, quelle che sono state le regole che per secoli hanno caratterizzato il “comun denominatore delle realtà pastorali”, oggigiorno sembrano essere superate: non è difficile incontrare persone che, quando richiedono un sacramento o qualche altro “servizio religioso”, lo richiedano con precise regole date da loro. Siamo in una realtà dove il soggettivo ha scalzato l’oggettivo, nella Chiesa, ma anche nella società intera.

Lo stesso modo di intendere Dio, e il rapporto personale con cui è variato: appunto, chi è Dio? Come lo considera una persona? E’ colui che ha da adeguarsi ai miei perchè, ai miei bisogni? E’ colui dal quale ho solo pretese? Probabilmente molto dal modo in cui una persona considera Dio dipende il suo modo di considerare la Chiesa, la vita e le persone.

Nel nostro presente. grazie a una tecnica sopraffina, a una velocissima epoca di cambiamenti continui, si è fatto largo il pensiero che l’uomo può tutto! Anche senza fede, anche senza Dio…

Spesso sembra di procedere tentando di “salvare il salvabile”, ma riducendo, per non dire banalizzando, la sacralità e la profondità della fede. Si spera, cioè, che offrendo esperienze al minimo della fatica, proposte terra terra, di recuperare qualche “pecorella persa”, lungo la strada o lungo gli anni. Credo, piuttosto, che mai come in quest’epoca, siano da recuperare e proporre intensi momenti di preghiera, di adorazione silenziosa; esperienze di contatto umano con la sofferenza, non visti alla tv, ma toccati con le proprie mani; osare qualcosa oltre le abitudini e il “si è sempre fatto così”; non “svendere”, ma appassionare e chiedere impegno e responsabilità anche nella vita di fede (gli adulti, soprattutto, e, conseguentemente, anche i fanciulli).

Anche nei mesi scorsi abbiamo avuto modo di vedere come d’improvviso tantissimi sono diventati esperti su questo e su quello, su procedure e attenzioni da avere, mentre il silenzio, la preghiera e la carità sono dimensioni che sono state – ahimè – tralasciate (fatto salvo quanti hanno dedicato tempo, vita e salute per la salvezza degli altri!).

Viene da augurarsi, perciò, che se è cambiato il nostro modo di intendere Dio, ci si ricordi che il Vangelo è sempre quello, perchè Cristo è sempre Cristo!

Ecco il punto di svolta: ripartire a considerare Dio a partire da Gesù Cristo. Quali gli ingredienti? Prima di tutto l’ascolto: troppi parlano, ma troppo pochi ascoltano; in secondo luogo, un “svestirsi” di tante suppellettili e maschere nei secoli assunte: una Chiesa spoglia e nuda è più credibile, perchè si presenta com’è, senza finzioni. Infine, l’annuncio, che non può fermarsi nei luoghi soliti conosciuti (parrocchia e locali affini), ma ha da spingersi inevitabilmente oltre. Il Concilio Vaticano II ricorda come i laici siano i protagonisti dell’annuncio nel mondo, nella società, dopo che si sono nutriti e abbeverati da Gesù Cristo.

Concludo con le parole di una carissima ragazza, che già vive nel Cielo, ma ha lasciato raggi indelebili di luce, in questa terra:

“Vorrei disegnarmi un mondo tutto mio perché quello che è qui fuori non mi piace affatto, sai? Come sarebbe il mondo senza più guerra, né malattie, né povertà, né ingiustizie o discriminazioni? Come sarebbe il mondo senza più fame né stermini, senza razzismo e senza odio? A voi la risposta. Da parte mia, se tutto questo si realizzasse davvero, riuscirei finalmente a vedere il mondo a colori !!!” (Marianna Boccolini, 28 marzo 2010)

don Federico

«LA MISTICA DELLA FRATERNITA’»

Photo by Jayant Kulkarni on Pexels.com

Ho trovato in una lettura di questi giorni questa terminologia che ha catturato subito la mia attenzione: un vocabolo che sembra essere assi “elevato”, e uno molto più “terra terra”.

Da fine febbraio la situazione causa “covid 19” ha creato di tutto e di più: incertezze, richiami al prima, domande sul futuro, paure, angosce, blocchi lavorativi, interrogativi sulla fede…

La pandemia del virus ha messo in luce le tante altre epidemie già presenti: l’egoismo sfrenato, una mancanza di coraggio nel prendere posizione, un pressapochismo vario su tantissimi aspetti, un abbandono ancora più sensibile di realtà di fede e religiose, istituzioni che hanno creato più confusione che orientamenti chiari… Sta venendo alla luce com’è il mondo, effettivamente, e affettivamente.

Si sono usati termini #andràtuttobene e così via, ma – in realtà – tante promesse o frasi pronunciate si sono smentite in un baleno.

L’enorme occasione che ci è stata data per ripensare, convertire il nostro modo di essere e di costruire Chiesa appare essere stato abbandonato, appena si sono riaperte “le frontiere”.

Termini come paura, egoismo, deserto, distanza sociale hanno invaso la nostra realtà assai prepotentemente, sostituendo con facilità vocaboli come com-unione, fraternità, fiducia, interesse, primerear (prendere iniziativa)…

La pandemia ha messo in risalto quanto siamo tutti vulnerabili e interconnessi. Se non ci prendiamo cura l’uno dell’altro, a partire dagli ultimi, da coloro che sono maggiormente colpiti, incluso il creato, non possiamo guarire il mondo.

In queste parole di papa Francesco, dall’Udienza di ieri, 12 agosto, troviamo indicazioni precise per muovere i primi passi verso una mistica fraterna!

don Federico

«SI VIVE UNA VOLTA SOLA… MA STAVOLTA SEMBRA ESSERCI UN’ECCEZIONE…»

Conosciamo tutti il detto «si vive una volta sola», ce l’hanno insegnato quando abbiamo iniziato a crescere, e ne siamo divenuti consapevoli a mano a mano che abbiamo compreso come certe persone a cui vogliamo (e volevamo) bene non c’erano più.

La vicenda del Covid19 di questo inizio 2020 ha trasformato tutto, proverbi e detti popolari compresi… Countdown per la ripartenza, visite a amici dal 18. Spostamenti ...Da oggi, 18 maggio, si ha la sensazione che abbia avuto inizio “una seconda vita” per quanti hanno ripreso a lavorare, e quanti hanno potuto assumere uno stile di vita che consente di muoversi e spostarsi da casa, con le dovute precauzioni.

Tutto ciò lo testimonia l’uscire e vedere in paese persone che non vedevi da tempo in tenuta “carnevalesca” (rigorosamente in mascherina) come ma era successo; lo testimonia il vedere persone in auto che dai finestrini fanno “ciao” ad una bimba che dal passeggino saluta qualsiasi persona e auto passa per la strada; lo testimonia il lavoro in luoghi pubblici, e chi si adopera a sistemare l’esterno di bar e altri negozi.

Pare proprio, dunque, che ci sia data una “ulteriore” possibilità di stare in questo nostro pianeta Terra, in modo diverso da “prima” (e non sappiamo per quanto tempo); ciò che possiamo però vivere è questa opportunità.

Sia un’opportunità che sfruttiamo al meglio per inserire ciascun io dentro il noi del “bene comune”; sia la possibilità di commuoverci entrando dove si lavora, versare una lacrima rimettendo piede in chiesa, o a casa di un amico; sia la gioia di sorridere: certo, la mascherina impedisce di vedere il sorriso della bocca, ma non può nascondere il sorriso e l’emozione che gli occhi possono manifestare davanti ad un presente che ci è dato per costruire e adoperarci per un futuro migliore!

E affidiamoci all’intercessione di chi oggi, seppur in cielo, compie 100 anni: san Giovanni Paolo II. Ricordiamo volentieri e meditiamo sulle sue parole… «Non abbiate paura!».

Buona seconda opportunità di vita a tutti, allora!

don Federico

 

«PENSIERI IN EPOCA DI EPIDEMIA DI “COVID 19″…»

Da ormai due mesi la nostra quotidianità è stata letteralmente stravolta dalla presenza e dalla diffusione del “Covid19” al punto da regalare molto più tempo per rimanere in casa e “inventarsi” come passare le giornate, all’infuori di quelle “uscite necessarie”.

Si è riscoperto l’uso del telefono, si sono riscoperte quelle cose scontate e abitudinarie che ora mancano (i compagni di scuola, le attività sportive, il bere un caffè assieme, o qualche pranzo e cena fatta tra amici…), si è dato modo al nostro tempo di assumere uno stile più “pensante”, anche con l’aiuto della tecnologia e i vari mezzi comunicativi. Forse anche troppo? Che non sia esagerato il bombardamento di notizie, o dei vari interventi che occupano i social…?

Tre spunti alimentano questo tempo particolare che stiamo vivendo:
l’importanza, in mezzo al tanto, e alla possibile confusione, del discernimento, di valutare, di saper non farci condizionare troppo da quanto sentiamo, e, nel medesimo tempo, usare sempre l’intelligenza e la corretta informazione;
– l’occasione di confronto, dialogo, scambio di opinioni: è ciò che ci rende capaci di vedere il mondo nella sua complessità, nelle sue idee, ma ci fornisce anche elementi per creare un bene comune più consono;
– la valorizzazione del buono che c’è: spesso si va a sottolineare ciò che manca, ciò che “non si può fare”, a discapito di quanto, invece, ora come ora, può essere possibile, può essere fatto: probabilmente si riscoprono alcuni talenti, alcuni hobby, alcune passioni, finora o lasciate da parte, o sconosciute, addirittura.

Lasciamoci appassionare dalla cultura, dalla curiosità di ampliare le nostre conoscenze: potrebbero essere opportunità grandi per costruire un futuro migliore del passato! Sfruttiamo il presente che ci è dato, per garantire al mondo un avvenire positivo, ricco, abitato da presenza, interesse umano e ascolto reciproco autentico.

don Federico

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«UNA FAVOLA PER UN BAMBINO MALATO»

Tanto tempo fa, in un paese lontano, viveva un bambino che aveva un grande dono: voleva bene a tutti, indistintamente, e non era capace di vedere persone che soffrivano, specialmente se bambini. Una cosa che proprio non poteva sopportare erano le lacrime dei bambini, gli facevano tanto male. Più volte sognò di aver la possibilità di fare una magia: poter trasformare le lacrime in risate: sognava che ogni goccia di pianto che scendeva dagli occhi di qualche bambino, sarebbe stata trasformata in una risata, in un sorriso!
Molto tempo dopo, avendo ricevuto in premio un regalo perché aveva una pagella meravigliosa, ebbe la possibilità di vistare una città grandissima, piena di palazzi, di case con giardino, di persone che correvano in bici, o che passeggiavano lungo viali alberati. La sua attenzione, però, si fermò su una persona che stava spingendo una carrozzina, sopra la quale era seduto un bambino. Avrà avuto circa tre, quattro anni. Si avvicinò, e scoprì che questo bambino era in lacrime perché avrebbe dovuto andare in ospedale e rimanervi per un po’, per un tumore che si era formato ad altezza del ginocchio sinistro. Guardandolo, e sapendo che le lacrime dei bambini lo facevano star male, chiese: «Come mai stai piangendo?». Il bambino, fermando il suo pianto, disse con voce strozzata: «Ho paura di entrare là dentro, perché non posso giocare e ridere con i miei amici…».
Proprio in quel momento, al bambino che non sopportava di vedere le lacrime dei bambini, venne un’idea… “Se il sogno che ho fatto, diventasse realtà, potrei togliere tutte le lacrime del reparto dei bambini, e vedere milioni di sorrisi!”.
In un baleno, si mise a correre per entrare in ospedale, al punto da sembrare impazzito, per la fretta che aveva. Era convinto che il sogno aveva da realizzarsi. Ne era sicuro.
Appena entrato dalla porta del reparto, sentiva bambini che piangevano, disperati, chi per il male, chi perché voleva essere a casa, chi perché non aveva con sé mamma e papà.
Volle entrare stanza, per stanza, avvicinarsi ad ogni letto…
E, incredibilmente, avvicinandosi ad ogni letto sognava che ciascuna lacrima si tramutasse in sorriso, e… così capitava! Infermieri e medici rimanevano di stucco, erano increduli: in un batter d’occhio si passò da lacrime e urla di dolore, a grida e bambini che ridevano come matti.
Qualcuno osò chiedere chi fosse l’autore di tutto questo. Il bambino si fece avanti, dicendo: «Ho sognato spesse volte che le lacrime potevano trasformarsi in sorrisi… ho sempre desiderato crederci! E… il momento è arrivato che il sogno si avverasse!».
Sognare che qualcosa che ci fa male, possa trasformarsi in bene, non ci costa nulla; costa di più credere che possa davvero essere così!
E da quell’ospedale, ancor oggi, si sente dire che ogni bambino che vi entra non sa più piangere, ma solo ridere e urlare di gioia!

don Federico

«LE 5 LETTERE DELLA QUARESIMA 2020: LETTERA AI MALATI»

Lettera ai malati

Carissimo/a,

ho provato ad immaginare in questi giorni di aver a disposizione pochi giorni di vita ancora, e che mi fosse concessa l’opportunità di lasciare come “testamento spirituale” una lettera da rivolgere a te, che da tempo sei costretto a vivere nella sofferenza e nella malattia.

Quella condizione di malattia e sofferenza che tutti noi vorremmo non aver mai come ospite o compagna di vita, e, che invece, chi più, chi meno, si trova nel cammino della propria esistenza. Chi magari solo negli ultimi giorni di vita, chi, purtroppo, già appena nasce… per non dire prima di nascere, addirittura…

Chissà quante cose passano per la mente di un malato, soprattutto quando è e rimane cosciente: il fatto di non poter più condurre la vita di prima, il fatto di sentirsi “un peso” per gli altri, il fatto di veder soffrire gli altri perché inermi di fronte alla situazione, il fatto di testare con mano la propria fragilità e impotenza…

Si dice che ci sono malattie e malattie, quelle più toste e quelle più “gestibili”… Sarà che di malati ne ho conosciuti tanti, ma non posso esser d’accordo con questa frase tradizionale: ogni malattia è a sé stante, così come ogni persona è un universo a sé stante. Ho avuto modo di imbattermi in persone affette da tumore molto più intraprendenti e coraggiose di persone che, per una semplice frattura al femore, sembravano già sottoterra. La sofferenza ha canoni diversi, tanto quanto ogni persona reagisce con più o meno forza e determinazione a quanto le capita: probabilmente la vita stessa forma, fisico, tempra, cuore e pensiero per reagire; certamente chi conosce la sofferenza fin dai primi anni di vita, è destinato a formarsi una scorza più dura, più forte nella sopportabilità del dolore.

Chi soffre ha – a mio parere – una grande opportunità: non aver più tempo disponibile per le cose futili, per pensieri superficiali; ma concentra le sue energie sull’essenziale, su ciò che conta davvero, su quei valori messi spesso da parte o considerati come ovvi, come “di diritto”.  Chi si trova nella situazione di vedersi infermo, incapace di determinati movimenti o di determinate attività, rischia di considerarsi un “fallito”, una persona che non ha più alcun motivo per stare in vita e per rimanere qui; forse, gli passa per la testa anche il pensiero del suicido, di farla finita… Bruttissimo da dire, e da pensare, ma non mi crea meraviglia: credo sia normale, come sia parte integrante del nostro vivere soffrire, non poter aver garanzie di salute stabile ed eterna. Ciò che troppo ci manca, nell’odierna società, è l’aver persone che aiutano chi sta male… a tirar fuori il meglio di sé: si preferisce il compatimento, il sostituirsi in toto all’altro/a, all’evitare, poi, di condividere e parlare della malattia. Ancor di più, con chi è malato, e magari grave, si cerca di tutto per non cadere nel rischio di nominare la parola “morte”.

Ora più che mai, anche a causa e a motivo del «corona virus», alcuni pensieri e sensazioni in noi prendono più forma, sono più presenti! Ci si trova costretti all’imposizione di nominare e parlare anche della morte. Perché non farlo più spesso? Perché, quando una persona versa in condizioni critiche, rischiamo di ingannarla, con false promesse, piuttosto di… iniziare assieme il percorso di preparazione con l’Eterno? Sì, a costo di essere considerato pazzo, ma ritengo che come uomini e donne manchiamo nell’aspetto più profondo, prepararci, immaginarci il nostro incontro a tu per tu con Dio!

Per chi è malato è più tragico sentirsi rivolgere attese o promesse poco vere, o diventa di maggior sollievo pensare a quando la sua sofferenza sarà terminata, a quando potrà rivedere le tante persone che gli mancano, a come sarà l’incontro a-tu-per-tu con quel Dio che per anni, o per decenni, hanno invocato per aver speranza e aiuto nell’affrontare il male, il dolore?

A te, che sei malato, o che sai di dover affrontare qualche irta salita, ricorda… che la definitiva dimora dell’uomo non è la sofferenza, ma la pace;

a te che ti senti impotente e incapace di condurre una vita dignitosa, ricorda che, nella tua sofferenza, puoi insegnare tanto a chi ti è accanto;

a te, a cui sembra vano continuare a vivere di fronte a certe inspiegabili ed “immeritate” sofferenze, ricorda che in te puoi trovare quella forza e quelle qualità per poter continuare a vivere di fronte a perdite dolorosissime;

a te, che avresti voluto non passare attraverso la malattia, il dolore, l’angoscia, ricorda che il bene, l’amore e i legami che hai costruito, per quanto possano sembrarti svanire, in realtà sono i fondamenti su cui appoggiarti e rimaner saldo;

a te, che hai sperato, pregato, chiesto tante volte a Dio il perché di tanto male, ricorda… c‘è un Padre che attende il tuo ritorno a casa per poterti riabbracciare, consolare, accogliere…

Coraggio, amico! Coraggio! La vita è troppo stata pensata bene, perché la sua ultima parola sia la morte; la vita è stata pensata e voluta perché la sua parola ultima sia Eternità, Felicità!

Se non ci credi, o ti pare qualcosa di impossibile… prova a conoscere Gesù Cristo, di più!

Come persone crediamo a tutto quello che ci vendono, spesso e volentieri… Perché non credere e non approfondire anche la sua conoscenza? Che ti costa? E… che avresti da perdere?

Con tanto affetto e stima
un abbraccio affettuoso e spirituale

don Federico