VENERDÌ SANTO – PASSIONE DEL SIGNORE

2 aprile 2021

         Tutto finito.

Game over.

Fine del sogno.

Sono questi i termini con i quali esprimersi ora, al termine della narrazione della Passione dell’evangelista Giovanni: quel Gesù di cui tante cose belle e buone abbiamo saputo, è morto. Non facciamoci illusioni, purtroppo non c’è più niente da fare…

È il pensiero – questo – sentito e che coinvolge tutti noi, quando a qualcosa non c’è più rimedio… Penso a quando una coppia di genitori.. perde un figlio; quando una coppia si separa e divorzia; quando la relazione tra due fidanzati si conclude; quando al capezzale di una casa di riposo una persona cessa di vivere, senza nessun familiare lì accanto a lei; quando ciascuno di noi sperimenta qualche fallimento nel lavoro, nei rapporti umani…

E quante altre occasioni e vicende che portano a dirsi: «È finita, è finito tutto…».

Sì, il venerdì santo è il giorno in cui queste cose non solo si dicono, ma si sperimentano proprio, come l’impossibilità del cambiamento: quando una persona è morta. Morta. Non può rivivere. Fine.

Probabilmente quest’anno, reduci dal secondo anno consecutivo di “compagnia Covid”, il venerdì santo ci rattrista ancor di più, soprattutto se siamo passati per il virus, o abbiamo saputo che a causa di esso… qualcuno ha terminato la sua esistenza.

Gesù passa attraverso questa situazione, dove tutto termina. Lui, figlio di Dio, onnipotente, capace di realizzare miracoli, guarigioni… incapace di sconfiggere la morte, il dramma più grande e inspiegabile per l’umanità, fatta per la vita.

Termina la sua vita su una croce, come un condannato, un sobillatore di popolo, solo, come un cane, abbandonato da tutti, specialmente da coloro che gli hanno vissuto assieme, una forma di tradimento elevatissima. Termina la sua vita con un grido, che riassume il grido (giustificato) di chi in preda al dolore e alla sofferenza non può starsene zitto, non può tacere, non può non alzare agli occhi al cielo, ed esclamare: «Perché?».

Se ci lasciamo accompagnare sul serio dai testi della Passione, ne usciamo… sconvolti! Chi non è fatto per la morte, risulta essere sconfitto da essa. Definitivamente? Qualcuno, nel mondo dello sport, direbbe: «Una battaglia si può perderla, ma alla fine vince chi trionfa in guerra». Gesù la battaglia contro la morte in croce la perde miseramente, un perdente autentico…!

Bene, possiamo pure tornare a casa ora… Forza, che senso ha rimanere qui, sapendo che quel Gesù in cui tanto anche noi confidiamo è morto? Che restiamo qui a fare? È tutto finito…

A meno che…

A meno che… cosa?

A meno che non ci sia qualche illuso, qualche pazzo che, di fronte all’evidenza, sia incapace di arrendersi… Di fronte ad un fatto chiaro, visto, inequivocabile, qualcuno non nutra una speranza dove non ci può essere speranza…

Ed qui – cari amici – che si fonda la nostra fede.

Sì, proprio qui… sta la fede! Aver fiducia in qualcosa che è impossibile, non realizzabile.

Aver fede significa pensare di poter sopravvivere ancora dopo un caro che si è tolto la vita, dopo essere passato per il rifiuto del proprio marito o moglie; dopo sentirsi in colpa per non aver stretto la mano ad un caro, morto senza nessuno accanto in ospedale… Credere che, di fronte a questa esperienza del Covid che sta minando rapporti umani, che sta mettendo in luce tanta cattiveria, preoccupazione ed egoismo, ci sia ancora speranza di vivere nel nostro mondo.

Ci addentriamo nel sabato santo.

Lo nominiamo poco, perché dopo il venerdì santo passiamo alla Pasqua, noi…

No! Alt!

Il sabato santo va vissuto: è vivere il silenzio!

Sì, stare zitti, muti, di fronte al proprio io più profondo, e stare lì, senza parlare, senza distrarsi; osservare e chiamare per nome i propri fallimenti (tanti, pochi?), e aver il coraggio di guardare oltre loro. Piangere se necessario? Sì! Urlare la propria rabbia a Dio? Si, se necessario, perché altrimenti non siamo uomini, ma marionette.

Gesù affronta la sofferenza, non la evita: e noi? Gesù non la cerca, ma la combatte, e, apparentemente, ne esce brutalmente sconfitto. Gesù è venuto a condividere il male che c’è nel mondo; noi? Ci facciamo conoscere come immortali, o facciamo emergere le nostre ferite, dolori, sconfitte?

In questa occasione normalmente il rito prevede l’adorazione della santa croce, un gesto assai denso di significato, perché, mettendosi in fila, si bacia la croce: ci abbiamo mai pensato? Si bacia un luogo di tortura, di morte, di sofferenza! Chi mai bacerebbe il letto in cui un proprio caro muore? O chi bacerebbe un coltello, una pistola, che ha ammazzato una persona? In questo gesto veneriamo l’amore supremo di Cristo, nel luogo dove egli sconfigge tutti i mali del mondo, passati, presenti e futuri!

Tra poco innalzeremo al Padre dieci preghiere, la preghiera cosiddetta “universale”: non lasciamola scorrere come tante parole che sentiamo ogni giorno; piuttosto meditiamola, facciamola diventare nostra!

Tutto finito.

A meno che… tu, che sei qui, non abbia davvero fede!

GIOVEDÌ SANTO IN «Cœna Domini»

1 aprile 2021

Normalmente al giovedì santo di ogni anno noi preti siamo invitati in Cattedrale a Padova a celebrare la messa del «crisma» con il Vescovo, rinnovando le nostre promesse; e, in quella medesima celebrazione, vengono benedetti gli oli che usiamo poi per amministrare i sacramenti del battesimo, della cresima, dell’unzione.

Quest’anno, ancora a causa del Covid, hanno potuto essere presenti solo una parte di noi, una “rappresentanza”, come si dice in gergo. In qualche modo, perciò, stasera è un po’ sentirsi mancanti di un’occasione grande per stare in famiglia e rivedere tanti confratelli e amici.

Dunque, si fa oggi memoria dell’istituzione del sacramento dell’ordine e dell’Eucaristia, la sistole e diastole, del giovedì santo; i due sacramenti che riguardano in modo inequivocabile la presenza di un prete, o di un vescovo.

Nella realtà odierna, probabilmente, sono talmente ovvie, dovute, che nemmeno fanno più pensare alla grazia che si può avere anche in territori minuscoli come i nostri: che ci siano ancora persone che… si mettono a disposizione del Vescovo per tentare di evangelizzare e aiutare a mantenere la fede nei luoghi dove sono inviati. «Avete una missione grande voi, oggi», dice qualcuno; «Non so come fate a resistere, tante volte», aggiunge qualcun altro… Frasi che sono vere, attualissime. A volte me lo chiedo anch’io… come facciamo a tener botta, in certe circostanze, di fronte a tanta indifferenza, e al tentare di mantenere in piedi ciò che è essenziale per il ministero (oggigiorno sembra esserlo tutto…).

Gesù istituisce l’Eucaristia attorno ad un tavolo – presumo – con 12 persone presenti: la legge dei numeri è a suo sfavore, “solo” 12 persone? Solo 12, chiamati poi ad andare in tutto il mondo, e, in breve, ridotti a 11, perché Giuda… sappiamo come va a finire… Verrà poi “rimpiazzato” da Mattia, come leggiamo negli Atti degli apostoli.

Celebra questa cena “particolare” poco prima di vivere le sue ultime ore di vita, con le persone più intime che ha, coloro che hanno vissuto con lui, per tre anni… Ma quanto celebra non è “riservato” loro, ma… per tutti: pane spezzato e sangue versato non solo per i discepoli, ma per tutti. È il «dono dei doni», il più prezioso, che – per noi occidentali – è diventato il più scontato. Mi chiedo, a volte, se siamo davvero consapevoli di ciò, quando presentiamo le mani, nelle quali viene appoggiata quell’ostia consacrata, se le diamo il massimo della dignità (mani non sporche, aperte, con lo sguardo verso quel Cristo che si fa toccare da me)…; quante sono le volte in cui pronunciamo la parola “grazie” perché Dio ci concede di essere alla sua mensa; quante volte, per ricevere questo dono, diventiamo dono in Lui e per Lui, nella celebrazione…

Dall’Eucaristia nasce anche il sacerdozio ministeriale: «I Presbiteri… ad immagine di Cristo, sommo ed eterno Sacerdote, sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento… Esercitando, secondo la loro parte di autorità, l’ufficio di Cristo Pastore e Capo, raccolgono la famiglia di Dio, quale insieme di fratelli animati da un solo spirito, e per mezzo di Cristo nello Spirito li portano al Padre… » (LG 28). Quest’anno, a differenza dello scorso, in presenza, possiamo celebrare; chi presiede raccoglie ed eleva la preghiera dei presenti, facendosi voce loro. Che compito! Che montagna da scalare, umanamente parlando! Eppure… qui, Dio si fida ancora di me, in questo servizio: che battiti cardiaci forti, a volte, mentre si compie tale gesto; che tremore alle mani pronunciare quelle parole che ha pronunciato Gesù stesso, con la voce… Che bisogno di tempo di preparazione, di attenzione, di attitudine per non banalizzare o ridicolizzare questo divino mistero! Quanto mancante e incapace mi sento quando ho da sviscerare quella Parola che ascoltiamo, e che ho il compito di far comprendere ai fedeli in chiesa… Quanto bisogno di approfondire, di studiare, di meditare questi testi, per non far parlare me, ma Lui! E – spesso – quanto costa!

Normalmente in questa celebrazione vi è anche un altro segno simbolico di altissimo significato, la lavanda dei piedi, che siamo costretti omettere, a causa della pandemia. Il suo senso è la consegna del comandamento del servizio. Giovanni richiama l’attenzione sul gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi e lascia, come suo testamento di parola e di esempio, di fare altrettanto tra i fratelli. Non comanda di ripetere un rito, ma di fare come lui, cioè di rifare in ogni tempo e in ogni comunità gesti di servizio vicendevole — non standardizzati, ma sgorgati dall’inventiva di chi ama — attraverso i quali sia reso presente l’amore di Cristo per i suoi («li amò sino alla fine»). Quali i gesti di servizio vicendevole che si fanno qui, non abitudinari, ma nati dalla creatività e della volontà dei fedeli? Siamo imitatori di questo Gesù, o ne siamo lontani? Cosa impedisce di essere persone servizievoli verso gli altri, verso la Chiesa?

Pensiamo se a breve restassimo senza Eucaristia, senza ministri sacerdotali… più dello scorso anno: ci creerebbe davvero scandalo, cambierebbe sul serio la nostra vita? Cristo – e ciò che lo riguarda – lo diamo sempre per certo, per sicuro e assicurato; ma Egli non è né possesso personale né diritto per meriti acquisiti, ma motivo di comunione e di cammino fraterno.

Sia l’occasione per imparare a ricordare spesso il «grazie» che dovremmo esprimere a Dio; e sia occasione per ricordarci, che, chi non vive per servire non serve per vivere, come diceva don Tonino Bello.

«ZONA ROSSA, ZONA ARANCIO, ZONA GIALLA, ZONA BIANCA… E ZONA DI SPERANZA?».

Sezze, l'incredibile lezione di vicolo della Speranza e il bergamasco -  Fatto a Latina

Ad un anno abbondante dallo scoppio del Covid, sembra che l’essere umano abbia compreso poco, o nulla, se ci si ritrova con restrizioni simili (o quasi) in una parte del Paese. Tanti sacrifici, tante fatiche, tante “messe in regola” di locali pubblici, sedi di lavoro… si ritrovano ad aver faticato invano, nuovamente costretti alla chiusura.

Viviamo nuovamente nelle zone “colorate”, a seconda del rischio che la percentuale di contagi assume. Viviamo all’interno di una confusione che crea difficoltà a ciascuno a pensare e ragionare con la propria testa e coscienza. Viviamo una sorta di “rassegnazione” al non so cosa succederà, che sta mettendo le basi, comunque, per l’avvenire (se di avvenire possiamo parlare).

Ciò che sempre di più cresce è il malcontento, la deriva di atteggiamenti e comportamenti dove ciò che davvero importa è solamente l’«IO» e i suoi bisogni, desideri e interessi; poco si sente dire e parlare di un «NOI», come termine plurale, collettivo.

Ancora più intensa pare essere la crescita esponenziale dell’assenza di speranza: noi, uomini e donne del 2021, ci stiamo presentando come persone che non sono più capaci di coltivare speranza. Forse perchè riteniamo sia stata rubata da qualcuno pure essa… Ma senza speranza non c’è futuro; e senza futuro, non c’è speranza.

Tra tutte queste cose e questi pensieri, chissà se lasciamo qualche sprazzo a qualche zona di speranza. O, eventualmente, se tra tante soluzioni che vagliamo, ci vengono proposte o suggerite, in chi stiamo ricercando una zona di speranza.

Probabilmente è ciò che i più piccoli, i più indifesi, i più malati, e i più abbandonati e soli ci chiedono.

Varrà la pena non deluderli.

Almeno loro…

don Federico

PENSIERI AL TERMINE DI QUEST’ANNO STORICO E INDIMENTICABILE…

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Mancano ormai poche ore al cambio d’anno, al passaggio dal 2020 al 2021, e l’augurio che ovunque si legge è che l’anno ormai al termine venga sepolto per quanto ha lasciato: sofferenza (tanta), eventi lieti (pochi). Ma siamo davvero convinti che basterà vedere scritto o leggere “1 gennaio 2021” per una dimensione nuova di vita, di salute, di politica, di legami?
Personalmente sarei portato di più a valorizzare ciò che, seppur meno evidente, ci lascia di positivo (attenzione, non inerente al virus!): le nuove scoperte che abbiamo fatto; i legami che si sono rinsaldati e quelli che sono nati; l’aver potuto gustare la natura un po’ più del solito; l’aver scoperto nuovi modi di essere cristiani, e di vivere da fedeli credenti; il coraggio di tanti fratelli adoperatisi per la vita altrui; la presa di coscienza che non siamo padroni e creatori del mondo…
Alcune figure particolari, che hanno lasciato un segno indelebile, quest’anno, vengono subito in mente… Tra gli ultimi, certamente, “Pablito”, forse la persona che più rappresenta questo momento: da una possibile “fine miserabile” per denuncia di scommesse, a portento azzurro per arrivare “in cima al mondo” nel luglio dell’82. Un riferimento che ci fa e ci farà bene ricordare: per arrivare in alto, occorre passare per il fallimento… E quanto spesso in quest’anno il senso di impotenza e di fallimento è entrato nei nostri pensieri?
Qualcuno sostiene che nel mondo si è attualmente in troppi, e perciò la natura sta… ricalibrando gli utenti che ci vivono. A me pare un pensiero poco conveniente. Piuttosto chiediamoci se chi c’è al mondo non riesce a vivere perché altri non glielo permettono, con senso di egoismo, insensibilità e disinteresse cronico altrui.
Forse può aiutarci, allora, riflettere e provare a rispondere personalmente ad una domanda: che cosa mi impegno a migliorare di me, perché, di conseguenza, anche il mondo migliori? Sarebbe molto proficuo che ciascuno riuscisse a scovare e praticare quel miglioramento che sa di poter realizzare: il mondo – anche senza rendersene conto – a sua volta diventerà migliore.
Le stime dicono, ancora, che quest’anno è aumentato del 20% il numero dei defunti, in generale: ognuno ne ha almeno qualcuno, da ricordare e conservare nel cuore, soprattutto se colpito dal Covid, e venuto a mancare senza il conforto dei familiari, e degli affetti più cari. E, parimenti, è aumentata la nostra sensibilità, il nostro farci carico di chi soffre, di chi vive malattia, sofferenza e vuoto nell’anima e di persone?
Cosa augurare allora? Pace, serenità, più gioia, meno disgrazie… Certo, questo si!
Mi pare più opportuno, però, augurare a ciascuno questo: scopri quanto di bene c’è in te, e mettilo a disposizione del mondo! Dai il meglio di te, ad ogni persona, e in ogni circostanza! Scopri quanto vali tu, per poter essere pronto a valorizzare gli altri!
Buone ultime ore di 20 20, prima di procedere al 20…21!

don Federico

«GIORNI DI SPERANZA E DI EMPATIA AFFETTUOSA»

Stiamo giungendo a Natale anche quest’anno, ormai manca poco.

E – lo sappiamo bene – sarà un Natale diverso da tanti altri, ma con una certezza: Gesù nascerà. Lui non lo ferma nessuno, così come nessuno è in grado di fermare il suo arrivo, in questo mondo.

Nell’aria si sente forte un senso di disagio, di timore, di distanza che la pandemia ha piano piano disseminato tra di noi, nei nostri rapporti, nelle nostre relazioni: ci sentiamo tutti un po’ più impotenti, e soli.

Abbiamo bisogno di nutrirci di notizie e di momenti di speranza, di affetto, di tenerezza, di amore: è il percorso “consigliato” per non arrendersi, per non cadere e rimanere a terra; abbiamo bisogno tutti di sentire qualcuno ancora disposto a venirci incontro, senza paura, che ci esorta con parole dolci e buone a rimanere sereni e fiduciosi.

Possiamo usufruire ancora di 24 ore ogni giorno, di tutte le qualità e caratteristiche che ci contraddistinguono per rispondere alla paura, al senso di arrendevolezza che vorrebbero farsi troppo largo in noi.

Che bello, se ognuno ritaglia un piccolo spazio per dare e offrire un po’ di coraggio ad un’altra persona: saremmo in milioni – e forse miliardi – di persone che diffondono coraggio, tenacia, grinta, volontà di rimanere fiduciosi.

Lasciamoci accompagnare e sollevare nell’anima da queste note musicali, da queste parole che regalano speranza ai nostri cuori!

E, intanto, mi immagino in un prato verde, disteso, a contemplare l’azzurro cielo.

E, d’improvviso, arriva una persona, poi una seconda, e poi un’altra ancora, e così via, una dopo l’altra, in cerca di un abbraccio.

Mi alzo, e quel prato verde, cambia fisionomia: diventa il prato degli abbracci, dove ognuno ne riceve e ne dà, in abbondanza.

Che sia un sogno? Forse sì.

Ma preferisco pensare che i sogni non solo solo sogni, ma realtà che stanno per realizzarsi.

Basta attendere qualche attimo, o, forse, qualcosina in più.

Buoni giorni di speranza e di empatia affettuosa a tutti!

don Federico

«I FRAMMENTI DI CHIESA VIVA IN EPOCA COVID»

Nella giornata di ieri la duplice “grazia” di poter celebrare un matrimonio e un battesimo, oltre alla messa festiva del sabato sera, ha dato un tocco particolare a questa nostra epoca.

Nonostante le varie limitazioni presenti, a causa della pandemia, sono stati segni e occasioni importanti per assaporare una Chiesa presente, viva, che, anche nel silenzio, ha portato gioia con le campane suonate a festa.

E’ utile raccontarci il bene, in questi momenti di forti preoccupazioni e dubbi. Lasciamoci coinvolgere da queste due piccole bomboniere per un sorriso. Anch’esso, con le tante mascherine che abbiamo da portare, spesso ci manca.

Eppure… sa fare la differenza!

don Federico

«LA CHIESA STA CAMBIANDO, MA DIO OCCUPA SEMPRE LO STESSO POSTO NELLA NOSTRA VITA O STA CAMBIANDO ANCHE IL MODO DI COMUNICARE CON LUI?»

La chiesa sta cambiando, ma Dio occupa sempre lo stesso posto nella nostra vita o sta cambiando anche il modo di comunicare con Lui?

L’anno 2020 è proprio un anno che si ricorderà nella storia e nella vita, sotto tutti i punti di vista: in primis, per il fenomeno del Corona virus, che sta “occupando” da mesi la nostra quotidianità, ma anche per tutta una serie di altri motivi di cui quasi mai si parla (fame nel mondo, persecuzione dei cristiani, sempre più persone malate più moralmente che fisicamente….), e che fannoe parte dell’oggi…

Raramente in questo periodo, vuoi per la stagione estiva, vuoi per il tempo di vacanze, si ha modo di potersi confrontare e dialogare con un tempo prolungato su tematiche che ci riguardano tutti, e da vicino: meglio, basta accendere radio o tv, o scorrere le pagine di informazioni in internet, per aver l’attualità “a portata di mano”, con molte sfaccettature che spesso si traducono in un creare confusione e disagio nelle menti delle persone.

Per chi è credente, cattolico, ma non solo, questo è anche il tempo di interrogativi più o meno forti sulla fede, sulla Chiesa, su Dio…

Già da tempo ci si è resi conto che la fede non è più il primo interesse di tante persone, e, ancor di più, quelle che sono state le regole che per secoli hanno caratterizzato il “comun denominatore delle realtà pastorali”, oggigiorno sembrano essere superate: non è difficile incontrare persone che, quando richiedono un sacramento o qualche altro “servizio religioso”, lo richiedano con precise regole date da loro. Siamo in una realtà dove il soggettivo ha scalzato l’oggettivo, nella Chiesa, ma anche nella società intera.

Lo stesso modo di intendere Dio, e il rapporto personale con cui è variato: appunto, chi è Dio? Come lo considera una persona? E’ colui che ha da adeguarsi ai miei perchè, ai miei bisogni? E’ colui dal quale ho solo pretese? Probabilmente molto dal modo in cui una persona considera Dio dipende il suo modo di considerare la Chiesa, la vita e le persone.

Nel nostro presente. grazie a una tecnica sopraffina, a una velocissima epoca di cambiamenti continui, si è fatto largo il pensiero che l’uomo può tutto! Anche senza fede, anche senza Dio…

Spesso sembra di procedere tentando di “salvare il salvabile”, ma riducendo, per non dire banalizzando, la sacralità e la profondità della fede. Si spera, cioè, che offrendo esperienze al minimo della fatica, proposte terra terra, di recuperare qualche “pecorella persa”, lungo la strada o lungo gli anni. Credo, piuttosto, che mai come in quest’epoca, siano da recuperare e proporre intensi momenti di preghiera, di adorazione silenziosa; esperienze di contatto umano con la sofferenza, non visti alla tv, ma toccati con le proprie mani; osare qualcosa oltre le abitudini e il “si è sempre fatto così”; non “svendere”, ma appassionare e chiedere impegno e responsabilità anche nella vita di fede (gli adulti, soprattutto, e, conseguentemente, anche i fanciulli).

Anche nei mesi scorsi abbiamo avuto modo di vedere come d’improvviso tantissimi sono diventati esperti su questo e su quello, su procedure e attenzioni da avere, mentre il silenzio, la preghiera e la carità sono dimensioni che sono state – ahimè – tralasciate (fatto salvo quanti hanno dedicato tempo, vita e salute per la salvezza degli altri!).

Viene da augurarsi, perciò, che se è cambiato il nostro modo di intendere Dio, ci si ricordi che il Vangelo è sempre quello, perchè Cristo è sempre Cristo!

Ecco il punto di svolta: ripartire a considerare Dio a partire da Gesù Cristo. Quali gli ingredienti? Prima di tutto l’ascolto: troppi parlano, ma troppo pochi ascoltano; in secondo luogo, un “svestirsi” di tante suppellettili e maschere nei secoli assunte: una Chiesa spoglia e nuda è più credibile, perchè si presenta com’è, senza finzioni. Infine, l’annuncio, che non può fermarsi nei luoghi soliti conosciuti (parrocchia e locali affini), ma ha da spingersi inevitabilmente oltre. Il Concilio Vaticano II ricorda come i laici siano i protagonisti dell’annuncio nel mondo, nella società, dopo che si sono nutriti e abbeverati da Gesù Cristo.

Concludo con le parole di una carissima ragazza, che già vive nel Cielo, ma ha lasciato raggi indelebili di luce, in questa terra:

“Vorrei disegnarmi un mondo tutto mio perché quello che è qui fuori non mi piace affatto, sai? Come sarebbe il mondo senza più guerra, né malattie, né povertà, né ingiustizie o discriminazioni? Come sarebbe il mondo senza più fame né stermini, senza razzismo e senza odio? A voi la risposta. Da parte mia, se tutto questo si realizzasse davvero, riuscirei finalmente a vedere il mondo a colori !!!” (Marianna Boccolini, 28 marzo 2010)

don Federico

«LA MISTICA DELLA FRATERNITA’»

Photo by Jayant Kulkarni on Pexels.com

Ho trovato in una lettura di questi giorni questa terminologia che ha catturato subito la mia attenzione: un vocabolo che sembra essere assi “elevato”, e uno molto più “terra terra”.

Da fine febbraio la situazione causa “covid 19” ha creato di tutto e di più: incertezze, richiami al prima, domande sul futuro, paure, angosce, blocchi lavorativi, interrogativi sulla fede…

La pandemia del virus ha messo in luce le tante altre epidemie già presenti: l’egoismo sfrenato, una mancanza di coraggio nel prendere posizione, un pressapochismo vario su tantissimi aspetti, un abbandono ancora più sensibile di realtà di fede e religiose, istituzioni che hanno creato più confusione che orientamenti chiari… Sta venendo alla luce com’è il mondo, effettivamente, e affettivamente.

Si sono usati termini #andràtuttobene e così via, ma – in realtà – tante promesse o frasi pronunciate si sono smentite in un baleno.

L’enorme occasione che ci è stata data per ripensare, convertire il nostro modo di essere e di costruire Chiesa appare essere stato abbandonato, appena si sono riaperte “le frontiere”.

Termini come paura, egoismo, deserto, distanza sociale hanno invaso la nostra realtà assai prepotentemente, sostituendo con facilità vocaboli come com-unione, fraternità, fiducia, interesse, primerear (prendere iniziativa)…

La pandemia ha messo in risalto quanto siamo tutti vulnerabili e interconnessi. Se non ci prendiamo cura l’uno dell’altro, a partire dagli ultimi, da coloro che sono maggiormente colpiti, incluso il creato, non possiamo guarire il mondo.

In queste parole di papa Francesco, dall’Udienza di ieri, 12 agosto, troviamo indicazioni precise per muovere i primi passi verso una mistica fraterna!

don Federico

«SI VIVE UNA VOLTA SOLA… MA STAVOLTA SEMBRA ESSERCI UN’ECCEZIONE…»

Conosciamo tutti il detto «si vive una volta sola», ce l’hanno insegnato quando abbiamo iniziato a crescere, e ne siamo divenuti consapevoli a mano a mano che abbiamo compreso come certe persone a cui vogliamo (e volevamo) bene non c’erano più.

La vicenda del Covid19 di questo inizio 2020 ha trasformato tutto, proverbi e detti popolari compresi… Countdown per la ripartenza, visite a amici dal 18. Spostamenti ...Da oggi, 18 maggio, si ha la sensazione che abbia avuto inizio “una seconda vita” per quanti hanno ripreso a lavorare, e quanti hanno potuto assumere uno stile di vita che consente di muoversi e spostarsi da casa, con le dovute precauzioni.

Tutto ciò lo testimonia l’uscire e vedere in paese persone che non vedevi da tempo in tenuta “carnevalesca” (rigorosamente in mascherina) come ma era successo; lo testimonia il vedere persone in auto che dai finestrini fanno “ciao” ad una bimba che dal passeggino saluta qualsiasi persona e auto passa per la strada; lo testimonia il lavoro in luoghi pubblici, e chi si adopera a sistemare l’esterno di bar e altri negozi.

Pare proprio, dunque, che ci sia data una “ulteriore” possibilità di stare in questo nostro pianeta Terra, in modo diverso da “prima” (e non sappiamo per quanto tempo); ciò che possiamo però vivere è questa opportunità.

Sia un’opportunità che sfruttiamo al meglio per inserire ciascun io dentro il noi del “bene comune”; sia la possibilità di commuoverci entrando dove si lavora, versare una lacrima rimettendo piede in chiesa, o a casa di un amico; sia la gioia di sorridere: certo, la mascherina impedisce di vedere il sorriso della bocca, ma non può nascondere il sorriso e l’emozione che gli occhi possono manifestare davanti ad un presente che ci è dato per costruire e adoperarci per un futuro migliore!

E affidiamoci all’intercessione di chi oggi, seppur in cielo, compie 100 anni: san Giovanni Paolo II. Ricordiamo volentieri e meditiamo sulle sue parole… «Non abbiate paura!».

Buona seconda opportunità di vita a tutti, allora!

don Federico

 

«PENSIERI IN EPOCA DI EPIDEMIA DI “COVID 19″…»

Da ormai due mesi la nostra quotidianità è stata letteralmente stravolta dalla presenza e dalla diffusione del “Covid19” al punto da regalare molto più tempo per rimanere in casa e “inventarsi” come passare le giornate, all’infuori di quelle “uscite necessarie”.

Si è riscoperto l’uso del telefono, si sono riscoperte quelle cose scontate e abitudinarie che ora mancano (i compagni di scuola, le attività sportive, il bere un caffè assieme, o qualche pranzo e cena fatta tra amici…), si è dato modo al nostro tempo di assumere uno stile più “pensante”, anche con l’aiuto della tecnologia e i vari mezzi comunicativi. Forse anche troppo? Che non sia esagerato il bombardamento di notizie, o dei vari interventi che occupano i social…?

Tre spunti alimentano questo tempo particolare che stiamo vivendo:
l’importanza, in mezzo al tanto, e alla possibile confusione, del discernimento, di valutare, di saper non farci condizionare troppo da quanto sentiamo, e, nel medesimo tempo, usare sempre l’intelligenza e la corretta informazione;
– l’occasione di confronto, dialogo, scambio di opinioni: è ciò che ci rende capaci di vedere il mondo nella sua complessità, nelle sue idee, ma ci fornisce anche elementi per creare un bene comune più consono;
– la valorizzazione del buono che c’è: spesso si va a sottolineare ciò che manca, ciò che “non si può fare”, a discapito di quanto, invece, ora come ora, può essere possibile, può essere fatto: probabilmente si riscoprono alcuni talenti, alcuni hobby, alcune passioni, finora o lasciate da parte, o sconosciute, addirittura.

Lasciamoci appassionare dalla cultura, dalla curiosità di ampliare le nostre conoscenze: potrebbero essere opportunità grandi per costruire un futuro migliore del passato! Sfruttiamo il presente che ci è dato, per garantire al mondo un avvenire positivo, ricco, abitato da presenza, interesse umano e ascolto reciproco autentico.

don Federico

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